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AMERICA/BOLIVIA - Mons. Scarpellini: una democrazia che non ascolta il popolo può diventare autoritarismo

Agencia FIDES - 6 September, 2018 - 04:22
El Alto - “Una democrazia senza il rispetto né l'ascolto del popolo può portare a un autoritarismo che, in modo farisaico, governa e legifera con il fine di difendere il suo potere e gli interessi di parte anzichè il bene comune": questo l’ammonimento di Mons. Eugenio Scarpellini, Vescovo di El Alto e Direttore nazionale delle Pontifice Opere Missionarie, pronunciato durante l’omelia di domenica 2 settembre. Secondo il Vescovo, in Bolivia "attraverso pressioni esterne o di gruppi influenti e potenti, si vogliono imporre leggi e pratiche contrarie alla vita, alla famiglia e all'uso sostenibile delle risorse naturali".
Prendendo spunto da quanto affermato da Gesù nel Vangelo domenicale, “Non sono venuto per abolire, ma per dare compimento " , Mons. Scarpellini si è chiesto se la fedeltà ai comandamenti del Signore "nasce dal cuore", o è "un semplice legalismo superficiale" oppure, e sarebbe ancora peggio, non "strumentalizziamo la legge del Signore per giustificare le nostre cattive azioni". Citando le letture, il Vescovo ha fatto notare che "l'osservanza dei comandamenti è l'essenza della libertà di Israele e della sua esistenza come popolo" e in conseguenza, l'apostolo Giacomo ci invita a mettere in pratica la Parola seminata in ognuno di noi: "Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo". "Questa è la conversione che chiede Gesù" ha concluso mons. Scarpellini, "il quale nella sua vita pubblica è accusato di non osservare la legge di Mosè, di instigare al tradimento e di non pagare le tasse".
Come i farisei tentarono di "silenziare la verità, anche noi oggi possiamo zittire chi ci dice la verità e la difende con coerenza e coraggio. Ma ci sarà sempre qualche profeta che alzerà la voce in difesa dei suoi fratelli e della loro dignità di figli del Padre". Mons. Scarpellini ha quindi rilevato che "nonostante tante e nuove norme al servizio della transpareza o della riforma del sistema giudiziario, ogni giorno sentiamo notizie che parlano della corruzione e dell'applicazione dissimile della giustizia: con bastonate per alcuni e non luogo a procedere, che sanno di occultamento e protezione, per altri".
Ma Gesù denuncia l'ipocrisia dei farisei che “onorano Dio con le labbra, ma il loro cuore è lontano da Lui”. Il Signore "sposta il significato della legge, dalle labbra al cuore". Da lì viene ogni tipo di peccato e da lì può venire anche "la giustizia, la rettitudine, il rifiuto della calunnia e della corruzione e l'amore alla verità e al fratello". In conclusione, il Vescovo ha ricordato le parole che Papa Francesco ha rivolto, proprio in Bolivia, nel 2015, ai movimenti popolari: “Voi siete seminatori di cambiamento. Qui in Bolivia ho sentito una frase che mi piace molto: ‘processo di cambiamento’. Il cambiamento concepito non come qualcosa che un giorno arriverà perché si è imposta questa o quella scelta politica o perché si è instaurata questa o quella struttura sociale. Sappiamo dolorosamente che un cambiamento di strutture che non sia accompagnato da una sincera conversione degli atteggiamenti e del cuore, finisce alla lunga o alla corta per burocratizzarsi, corrompersi e soccombere. Bisogna cambiare il cuore".
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AFRICA/SUD SUDAN - “Troppi interessi di parte ostacolano il raggiungimento della pace; Etiopia ed Eritrea sono esempi positivi” dice Mons. Hiiboro Kussala

Agencia FIDES - 6 September, 2018 - 04:20
Roma - “Ci sono ancora troppi interessi di parte e personali che ostacolano il raggiungimento pieno dell’accordo di pace” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Barani Edward Hiiboro Kussala, Vescovo di Tombura-Yambio, Presidente della Conferenza Episcopale che riunisce i Vescovi di Sudan e Sud Sudan, a Roma per la Visita ad Limina Apostolorum. I negoziati in corso nella capitale sudanese, Khartoum, sono sponsorizzati dall’IGAD , e in particolare, da due suoi membri, lo stesso Sudan e l’Uganda, che hanno un forte ascendente sui due contendenti della guerra civile.
“Purtroppo nonostante le pressioni esercitate dai rispettivi partner africani, le diverse parti in conflitto faticano a mettere da parte le loro divergenze per forgiare la pace. Si deve guardare al bene comune e in primo luogo a mettere fine alle sofferenze della popolazione stremata da anni di guerra” sottolinea a Fides Mons. Hiiboro Kussala.
“Un altro fattore che rallenta il raggiungimento di un vero accordo di pace è la stanchezza della comunità internazionale nell’affrontare la questione del Sud Sudan. Dopo tante false partenze e accordi siglati e mai rispettati, i partner internazionali del Sud Sudan sembrano rimanere a guardare alla presente trattativa senza impegnarsi più di tanto per far sì che giunga a buon punto” dice il Vescovo.
“C’è inoltre da tenere in considerazione il basso livello di acculturazione della popolazione; più dell’80% della popolazione non ha ricevuto una formazione scolastica” rimarca Mons. Hiiboro Kussala. “Questo apre ampi spazi a chi vuole incitare la violenza fomentando il tribalismo. D'altronde con questi bassi livelli di scolarizzazione, non è facile promuovere, fin dagli strati sociali più umili, il buon governo, il rispetto dei diritti umani, il corretto uso delle risorse del Paese, ad iniziare dal petrolio. Purtroppo i proventi della vendita del petrolio non sono usati per migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma si volatilizzano al di fuori del Sud Sudan”.
Secondo Mons. Hiiboro Kussala vi sono comunque dei segnali positivi. Come il recente accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea, che è motivo di speranza anche per il Sud Sudan. “Si tratta di un ottimo esempio che può essere utile anche per noi, perché Etiopia ed Eritrea hanno risolto le loro divergenze direttamente tra di loro, senza andare in un luogo neutro, tra l’altro spendendo soldi per le loro delegazioni” afferma Mons. Hiiboro Kussala. “Noi vediamo che le delegazioni sud sudanesi per partecipare ai colloqui di pace spendono grandi somme di denaro per non arrivare mai ad un risultato concreto”. “L’esempio di questi due Paesi è importante anche per un altro motivo: la Chiesa ha lavorato molto dietro le quinte per raggiungere questo risultato. Noi come Chiesa sud-sudanese facciamo la stessa cosa e quanto avvenuto tra i nostri vicini ci incoraggia ad andare avanti” conclude.
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ASIA/BANGLADESH - Testimoniare il Vangelo in una nazione a maggioranza islamica: la missione della Chiesa in Bangladesh

Agencia FIDES - 5 September, 2018 - 05:23
Dacca - La Chiesa cattolica in Bangladesh ribadisce la sua missione di testimoniare il Vangelo in un paese a maggioranza musulmana: è quanto emerso dal'incontro che ha visto riuniti a Dacca nei giorni scorsi Vescovi, sacerdoti, suore e laici, giunti da tutta la nazione, impegnati in un confronto sul tema "Comunione: la testimonianza cristiana della Chiesa in Bangladesh". Come appreso da Fides, il Cardinale Patrick D'Rozario, Arcivescovo di Dacca e Presidente della Conferenza Episcopale del Bangladesh, ha ribadito che "la Chiesa in Bangladesh ha grandi speranze per il futuro". "Tutti abbiamo bisogno di testimoniare la Buona Novella nel nostro paese con parole e azioni", ha detto. Il Cardinale ha anche evidenziato le numerose sfide che il paese e la Chiesa bengalese affrontano, esortando i partecipanti a "collaborare con i funzionari governativi e con tutte le persone di buona volontà per il bene comune".
Durante il seminario, sono emersi i nodi e le prospettive della presenza della Chiesa: "Viviamo in un paese a maggioranza musulmana. In questo contesto sociale, il contributo della Chiesa all'educazione, allo sviluppo sociale e ad ogni attività culturale è orientato a testimoniare l'amore e la pace, doni di Dio" ha detto a Fides Sagar Sonjib Corraya, tra i partecipanti. La comunità cattolica in Bangladesh "guarda con attenzione a giovani, donne e bambini per educarli e rafforzarli nella fede, con amore e impegno", ha spiegato.
Il Bangladesh è la quarta nazione musulmana più popolosa del mondo. Circa il 90% dei 160 milioni di abitanti sono musulmani, circa l'8% indù. I cristiani sono circa 600.000, 350.000 dei quali cattolici.
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AFRICA/NIGERIA - Rapito un sacerdote cattolico nel sud della Nigeria

Agencia FIDES - 5 September, 2018 - 04:06
Abuja - Rapito un altro sacerdote cattolico nel sud della Nigeria. Don Christopher Ogaga, parroco dell’ Emmanuel Catholic Church, ad Oviri-Okpe, nello Stato del Delta, è stato sequestrato la sera di sabato 1° settembre mentre viaggiava da Okpe a Warri, dove domenica mattina doveva celebrare la Messa nella chiesa Mother of Redeemer .
I sequestratori hanno chiesto per il suo rilascio un riscatto di 15 milioni di Naira .
Don Ogaga è anche parroco della chiesa di St Luke e di quella di St. Jude, entrambe nell'area dell'Okpe.
Il rapimento è avvenuto nello stesso distretto in cui una chiesa cattolica è crollata domenica 2 settembre, uccidendo una persona e ferendone diverse altre. Si tratta della St. Paul Catholic Church di Okpe. La vittima è un bambino di 11 anni.
Da anni sacerdoti e religiosi sono vittime di rapimenti a scopo di estorsione da parte di bande criminali in Nigeria, anche in aree prevalentemente cristiane come nello Stato del Delta.
A gennaio i Vescovi nigeriani avevano denunciato “la piaga dei rapimenti a scopo di estorsione che ha raggiunto proporzioni inimmaginabili”. In una dichiarazione scrivevano che “giorno dopo giorno cittadini sono rapiti, umiliati e traumatizzati da bande pesantemente armate. I rapitori sono senza pietà, letali e senza scrupoli di coscienza. Nei loro sforzi di estorcere forti somme di denaro sottopongono le loro vittime a violenze indicibili che durano settimane se non mesi” .
Da anni la Conferenza Episcopale della Nigeria ha emesso una raccomandazione che vieta il pagamento di riscatti per la liberazione di sacerdoti e religiosi.
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ASIA/LIBANO - Crisi delle scuole cattoliche, il Patriarca maronita: i politici portano il Paese alla paralisi

Agencia FIDES - 5 September, 2018 - 03:56
Beirut – Alla vigilia dell'inizio del nuovo anno scolastico, per il secondo anno consecutivo, le scuole cattoliche e tutti gli istituti d'istruzione non statali riaprono le classi in una situazione di grave crisi, che è stata al centro dei lavori della XXV Conferenza annuale delle scuole cattoliche, iniziata martedì 4 settembre presso la scuola delle Suore antoniane di Ghazir. Quest'anno la conferenza si concentra proprio sui problemi che mettono a rischio la stessa continuità di presenza delle scuole cattoliche nell'attuale contesto libanese: dal 2005 al 2018 sono state chiuse almeno 24 istituzioni educative cattoliche, e negli ultimi due anni anni la prospettiva di fallimento incombe sul futuro di un numero crescente di scuole gestite da congregazioni religiose. A rendere insostenibile dal punto di vista economico la continuità del servizio educativo offerto da molti istituti scolastici cattolici – come è stato ribadito da tutti i relatori della Conferenza – è stata la legge con cui nell'estate 2017 il governo di allora ha disposto le nuove “griglie salariali” per i lavoratori del settore pubblico, comprendente anche il comparto scolastico. Gli aumenti di stipendio imposti dalle nuove regole governative, entrati subito in vigore per i docenti delle scuole statali, rappresentano un grave problema – ancora non risolto - per la sostenibilità finanziaria dell'intera realtà delle scuole private libanesi.
Come riferito da Fides , i Vescovi maroniti già ai primi di settembre del 2017 avevano chiesto al governo di rivedere il meccanismo degli scatti di stipendio messo in moto dalle nuove norme sulla griglia salariale, oppure di farsi carico dei costi previsti per finanziare anche l'aumento di stipendio per gli insegnanti delle scuole private. Da allora, tutte le iniziative prese per sensibilizzare le istituzioni politiche a cercare soluzioni all'emergenza educativa libanese non hanno avuto esito. La stragrande maggioranza delle scuole private non ha ancora attuato completamente la legge che prevede l'aumento delle retribuzioni del degli insegnanti, per evitare di dover aumentare le rette e i contributi pagati dai genitori degli studenti. Mentre le autorità hanno finora ignorato le richieste di sussidi da parte delle scuole private gestite dal Segretariato generale delle scuole cattoliche.
La crisi – come ha sottolineato nel suo intervento Hanna Rahme, Vescovo maronita di Baalbek – ha fatto crescere discordie anche all'interno della comunità educativa, alimentando atteggiamenti conflittuali che in alcune situazioni contrappongono il personale docente alle congregazioni religiose proprietarie degli istituti scolastici. Nel suo intervento, il Patriarca maronita Béchara Boutros Raï, prendendo le mosse dai problemi delle scuole e dalla mancanza di risposte adeguate da parte delle istituzioni politiche, ha usato parole molto dure nei confronti delle forze politiche libanesi, accusandole di aver spinto il Libano verso una paralisi quasi totale, impedendo la crescita economica e le riforme, alimentando la corruzione e dando vita a un gestione settaria e partigiana delle istituzioni e delle risorse nazionali.
"Questo regime” ha detto tra l'altro il Patriarca, riferendosi ai politici “consente loro di rimanere al potere e spartirsi quote, posti vacanti e ricchezza dello stato, escludendo al contempo la maggioranza non partigiana della popolazione”. Il Primate della Chiesa maronita ha anche richiamato “il dovere dello Stato aiutare i genitori degli studenti che hanno scelto la scuola privata, in una congiuntura socio-politica in cui la crisi economica e i crescenti tassi di disoccupazione spingono anche molte famiglie del ceto medio verso la povertà.
Tutti gli interventi della conferenza hanno richiamato con forza il servizio reso alla costruzione dell'intera nazione libanese dalle scuole cattoliche, veri e propri presìdi educativi impegnati a alimentare nelle giovani generazioni l'attitudine alla convivenza solidale tra diverse comunità religiose e l'applicazione dei principi di cittadinanza e di lotta alle discriminazioni settarie. .
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ASIA/FILIPPINE - Rinasce a Marawi il movimento per il dialogo islamo-cristiano "Silsilah"

Agencia FIDES - 5 September, 2018 - 03:46
Marawi - A Marawi, città dell'isola di Mindanao resa celebre dall'occupazione dei gruppi jihadisti legati all'Isis nel 2017, e distrutta in seguito all'assedio dell'esercito di Manila, è rinato il Forum "Silsilah" , movimento per il dialogo islamo-cristiano fondato nel Sud delle Filippine dal missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere p. Sebastiano D'Ambra.
Come riferito a Fides da p. D’Ambra, nei giorni scorsi il movimento Silsilah ha organizzato due eventi nell'area di Lanao, dove si trova Marawi, coinvolgendo i musulmani di etnia maranao, maggioritari in quella provincia. Agli incontri di Marawi “abbiamo rilanciato il Forum Silsilah dopo la triste esperienza dell'assedio. La partecipazione è stata incoraggiante, con la presenza di molti leader, specialmente donne maranao, giovani, amici di Silsilah di altre città, nuovi membri che intendono farsi promotori di dialogo e di pace”, racconta p. D’Ambra..
L'assedio di Marawi sarà ricordato nella storia come una delle più dolorose esperienze di violenza a Mindanao. “I semi della violenza provengono da ideologie che usano la religione come copertura di piani e strategie geopolitiche, introdotti in passato a Mindanao tramite gruppi come Abu Sayyaf. L'assedio di Marawi è stato un piano strategico dell'Isis, con l'aiuto di un gruppo locale chiamato Maute, voce dell'Isis a Mindanao", ricorda il missionario del PIME.
Con la rinascita del Forum Silsilah a Marawi, continua p. D'Ambra, “desideriamo dire che c'è speranza nel mezzo di divisioni e conflitti. Molti buoni musulmani maranao e cristiani di Lanao sono pronti a ricostruire i cuori spezzati. Ricostruire la città di Marawi rimane ancora un punto interrogativo, ma Silsilah è testimone di buoni segni di ricostruzione nella società, a partire dalle donne maranao, desiderose di ricreare armonia e convivenza”.
La responsabile del Forum Silsilah a Marawi è infatti una donna musulmana, la prof.ssa Jamila-Aisha Sanguila, docente di storia islamica coinvolta in Silsilah: la donna ha accolto la sfida del "nuovo inizio" a Marawi.
"A Marawi, abbiamo riaffermato lo spirito di Silsilah, sostenuto dalla 'spiritualità della vita in dialogo' e dalla cultura del dialogo come via alla pace. Abbiamo ricordato lo spirito del ‘grande Jihad’ che è il viaggio interiore di purificazione di ciascuno: la guida è la pagina delle Beatitudini per i cristiani, l'insegnamento di ‘misericordia e compassione’ per i musulmani. Questi punti sono il fondamento del movimento Silsilah, fautore di una spiritualità che abbraccia il dialogo in quattro direzioni: con Dio, con se stessi, con il prossimo, con il creato", conclude p. D'Ambra.
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AMERICA/COLOMBIA - La Settimana per la Pace rilancia il dialogo con l’ELN ed il rilascio di tutti i sequestrati

Agencia FIDES - 5 September, 2018 - 03:08
Bogotà – Il presidente della Pastorale sociale-Caritas della Conferenza episcopale, mons. Héctor Fabio Henao, all'inizio della Settimana per la Pace , che coincide con il primo anniversario della visita di Papa Francesco in Colombia , ha sollecitato la necessità di portare avanti i negoziati di pace con l'ELN e ha espresso preoccupazione per gli omicidi e le minacce contro i leader sociali.
“Questa è la trentunesima edizione della Settimana per la Pace che, sin dal suo inizio, è un esercizio pedagogico e un motivo di consenso sociale in cui convergono più organizzazioni di genere diverso. Ciò che vogliamo in questa settimana è una riflessione molto forte sull'impegno della società civile, di tutti i colombiani, sulla costruzione della pace e sulla sua sostenibilità” ha detto Mons. Henao in un'intervista a Radio RCN, inviata a Fides.
“Il messaggio è che continuiamo a scommettere sulla pace e a mettere la forza che questo esercizio richiede, perché si tratta di un normale esercizio di ogni società umana… stiamo affrontando una scommessa molto seria, importante, e bisogna vedere i progressi che si stanno facendo nei diversi settori impegnati per la soluzione politica del conflitto armato”.
“Tra le grandi scommesse di questa Settimana per la pace c’è quella di sbloccare completamente tutto ciò che è necessario per il rilascio di tutte le persone che sono state rapite e i cui familiari e la società colombiana si aspettano di vedere liberi il più presto possibile - continua mons. Henao -. Ecco perché durante questa Settimana per la pace, si aspetta l’annuncio della continuità dei dialoghi con l'ELN. La Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale, ha ribadito la sua volontà di contribuire a questi processi di pace e riconciliazione in Colombia, e continuerà a farlo. Questo è il momento per un annuncio molto importante, la continuità di questi dialoghi”.
La Chiesa colombiana è sempre più impegnata nella promozione della pace e della riconciliazione. Il Comitato nazionale del Consiglio nazionale della pace, della riconciliazione e della convivenza, alla fine del 2017 aveva chiesto la collaborazione di mons. Héctor Fabio Henao. Il Comitato nazionale è un organo esecutivo delle decisioni del Consiglio nazionale della pace. Una delle sue funzioni è la progettazione e l’esecuzione del Programma di riconciliazione, coesistenza e prevenzione della stigmatizzazione, con la partecipazione delle realtà territoriali. Tra gli altri compiti della Commissione spicca quello di incoraggiare e articolare l’esercizio dell’educazione, della pace, della riconciliazione e della convivenza.

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AMERICA/BRASILE - Missionario salesiano scomparso in Amazzonia durante una tempesta

Agencia FIDES - 5 September, 2018 - 02:24
São Gabriel da Cachoeira - Lunedì 3 settembre il missionario salesiano Norberto Hohenscherer è scomparso mentre percorreva solo, sulla sua canoa, il fiume Uaupes, nell’Amazzonia brasiliana. Secondo le informazioni inviate all'Agenzia Fides dalla diocesi di São Gabriel da Cachoeira, il missionario si stava dirigendo verso la sua parrocchia di San Miguel, che ha sede a Iauaete, al confine tra Brasile e Colombia. L'incidente è avvenuto nel mezzo di una forte tempesta scoppiata nella regione.
Nato in Austria il 6 ottobre 1938, p. Norberto è arrivato in Brasile nel 1966 e da allora ha lavorato in quasi tutte le parrocchie della diocesi di São Gabriel da Cachoeira. Nonostante i suoi 80 anni, il prete continua a visitare le comunità più lontane in modo sistematico. In realtà non è il primo naufragio vissuto da padre Norberto nei suoi oltre 50 anni di missione nella regione del Rio Negro, come ha riferito a Fides il Vescovo locale, mons. Edson Damian.
La notizia della scomparsa è stata data al Vescovo intorno alla mezzanotte di lunedì 3, dopo che un pescatore aveva ritrovato gli oggetti e la barca su cui viaggiava il sacerdote. Sono quindi iniziate le ricerca, a cui partecipano diverse barche, insieme a padre Antonio Carlos Alves, superiore dei Salesiani della regione, che finora però non hanno dato risultati.
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AFRICA/CONGO RD - Un altro difensore dei diritti dell’uomo assassinato nel Sud Kivu

Agencia FIDES - 4 September, 2018 - 04:33
Kinshasa - “I difensori dei diritti umani di Uvira e Fizi nel Sud Kivu sono sgomenti per l'efferato assassinio del loro collega Masumbuko Birindwa, detto Aimable, un difensore dei diritti umani molto attivo e di grande esperienza” afferma un comunicato inviato all’Agenzia Fides dal CEADHO di Uvira, nel Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
Secondo il comunicato, il 21 agosto Birindwa si era recato a Luberizi per partecipare a una riunione per il rilascio dei quattro operatori umanitari rapiti il 20 agosto nella stessa zona. Di ritorno a casa, Birindwa è stato rapito; il suo corpo senza vita è stato trovato nella boscaglia dopo 6 giorni.
“Questa orribile tragedia ha accresciuto la lista nera dei difensori dei diritti dell’uomo uccisi nel Sud Kivu, in particolare a Uvira e a Fizi” sottolinea la nota, che denuncia: “i difensori dei diritti umani sono costantemente vittime di minacce di morte, che li costringono a interrompere la loro normale vita, così come quella delle loro famiglie, al punto che molti sono costretti a richiedere temporaneamente asilo all'estero”.
Il CEADHO ricorda che diversi attivisti per i diritti umani “sono stati rapiti da persone non identificate, o talvolta da membri delle forze dell'ordine e di sicurezza; di alcuni si ritrovano i corpi senza vita; altri spariscono per sempre. I più fortunati sono sopravvissuti a tentativi d’omicidio rimanendo però feriti gravemente”.
All’inizio si ricorre alle minacce per fare pressione sui difensori dei diritti umani e intimidirli per interrompere la loro attività. Le minacce sono spesso anonime, inviate per telefono e tramite SMS e social network o raramente con messaggi scritti a mano. Se le minacce non sono sufficienti a fare desistere l’attivista, si passa alla violenza fisica.
Le ONG di Uvira e Fizi continuano denunciare le intimidazioni e le violenze di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale, ma molto spesso non vengono ascoltate.
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ASIA/LIBANO - “Matrimonio collettivo” di 41 coppie presso la sede patriarcale maronita

Agencia FIDES - 4 September, 2018 - 04:15
Bkerké – Sono ben 41 le coppe di cristiani maroniti che domenica 2 settembre hanno celebrato insieme il sacramento del matrimonio a Bkerké, presso la sede del Patriarcato maronita, nell'ormai tradizionale cerimonia di nozze collettiva organizzata per il nono anno consecutivo dalla Lega maronita. Le coppie provenivano da diverse parrocchie del Libano. Al rito, presieduto dal Patriarca maronita Boutros Bechara Rai, hanno preso parte le famiglie degli sposi e anche diversi rappresentanti della Lega Maronita, a partire dal presidente Antoine Klimos. Nella sua omelia, il Patriarca Rai ha indicato il sacramento del matrimonio come la sorgente di grazia che rende possibile agli sposi costruire insieme la famiglia e camminare insieme per tutta la vita.
La Lega maronita è un'organizzazione sorta negli anni Settanta del secolo scorso per sostenere l'identità e la presenza maronita in Libano e nel mondo. L'organismo promuove ogni anno la celebrazione del “matrimonio collettivo “ a Bkerkè come occasione e segno di incoraggiamento rivolto soprattutto ai giovani cristiani che iniziano l'avventura di costruire insieme una nuova famiglia, nelle circostanze non sempre facili che caratterizzano la situazione politica e sociale nel Paese dei Cedri.
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ASIA/INDIA - Prete cattolico del Kerala parla in moschea: “Grazie per gli aiuti dopo le alluvioni”

Agencia FIDES - 4 September, 2018 - 04:12
Vechoor - Un sacerdote cattolico indiano ha parlato a una assemblea di fedeli musulmani riuniti in moschea per la preghiera del venerdì, ringraziandoli per gli aiuti umanitari ricevuti dopo le recenti inondazioni del Kerala. Come appreso da Fides, p. Joseph Puthussery ha visitato la moschea di Juma a Vechoor, nel distretto di Kottayam, in Kerala e, su invito dell'imam locale, ha pronunciato un discorso di ringraziamento nella sala di preghiera della moschea. Il prete ha raccontato che, con un spirito di grande solidarietà, molti fedeli musulmani si sono mobilitati e hanno provveduto a portare cibo e assistenza alle vittime delle alluvioni che si erano rifugiate nella sua chiesa, che si trova nell'Arcidiocesi di Ernakulam-Angamaly.
La chiesa di Sant'Antonio ad Achinakom, nel distretto di Kottayam, ha offerto rifugio e protezione a oltre 580 persone senzatetto, vittime delle inondazioni che hanno interessato 12 dei 14 distretti del Kerala a metà agosto. Le strutture cristiane hanno fatto di tutto per aiutare gli sfollati e si sono ritrovate ad affrontare l'emergenza, con carenza di cibo e acqua.
"Sono andato subito alla moschea, ho incontrato l'imam e ho chiesto il suo aiuto. Su invito dell'imam, dopo la preghiera, i fratelli musulmani sono venuti in chiesa portando una grande quantità di cibo e acqua", ha detto a Fides padre Puthussery. I musulmani hanno fornito assistenza umanitaria ai senzatetto in chiesa per diversi giorni. "Oltre al cibo e all'acqua, i giovani musulmani hanno portato medicine, utilissime" nota p. Puthussery.
Ora, mentre l'emergenza va cessando, le autorità della moschea - dopo l'impegno nella solidarietà - hanno compiuto un altro gesto insolito e profetico, offrendo a un prete cristiano il pulpito che è di solito riservato a un “maulavi" , ed è da lui usato per rivolgersi al suo popolo.
Il sacerdote ha detto ai fedeli: "Non ho parole per esprimere la nostra gratitudine ai fratelli musulmani per il generoso sostegno che hanno offerto durante il periodo di difficoltà". Parlando per dieci minuti, ha detto: "Sebbene le inondazioni ci hanno tolto molti oggetti di valore, hanno anche spazzato via molti mali sociali. Il diluvio ha anche travolto i muri che ci separavano, l'orgoglio nei nostri cuori. Ci ha tolto il senso di autosufficienza". P. Puthussery ha ricordato l'appello di Papa Francesco a "costruire ponti, non muri", sottolineando la necessità di continuare la collaborazione interreligiosa per promuovere l'armonia nella società. "Questo legame fraterno non deve cessare: dovremo trasmettere alla nuove generazioni i valori che abbiamo riscoperto attraverso questa calamità", ha aggiunto.
Niyaz Nasser, uno degli oltre 250 musulmani presente nella moschea , ha dichiarato che, nella comune sorpresa, si è vissuta "un'esperienza diversa e commovente": "È stato un momento di grande gioia e orgoglio che ci dà speranza per un futuro luminoso" ha detto Nasser.
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ASIA/KAZAKHSTAN - L’equilibrio tra politiche religiose e “culto dello Stato” è alla base della tolleranza

Agencia FIDES - 4 September, 2018 - 03:25
Astana - “In Kazakhstan, il principio di tolleranza religiosa è alla base della costituzione dello Stato. Le città kazake pullulano di magnificenti moschee e chiese ortodosse armoniosamente conviventi, ma l’aspetto religioso è relegato esclusivamente alla sfera privata del cittadino: questo approccio è legato a una politica che si è rivelata lungimirante”. E' quanto afferma, in un colloquio con l’Agenzia Fides, Giannicola Saldutti, ricercatore associato all'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, con sede a Roma. Secondo Saldutti, studioso dell'Asia centrale, “Nazarbaev è stato capace di fare di necessità virtù: subito dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la crisi economica e il deterioramento delle istituzioni statali avrebbero potuto costituire un catalizzatore perfetto per un conflitto interetnico di proporzioni disastrose nel cuore dell’Asia centrale . A pagare sarebbe stata, come in molti Paesi dello spazio post-sovietico, la comunità russa ortodossa, ‘minoranza’ che, nel 1992, rappresentava quasi la metà della popolazione. Il Kazakhstan è riuscito a scongiurare questo infausto scenario imponendo un modello sociale che vede nel riconoscimento del ruolo cardine dello Stato la sua pietra miliare”.
Il ricercatore sottolinea: “Visitando il Paese e parlando con la gente si ha l’impressione di una sorta di ‘sovrapposizione’ di due ‘culti’: uno pubblico e dominante, legato alla fedeltà allo Stato, alla legge e all’iconografia condita da un certo culto per la personalità di Nazarbaev; e uno privato, strettamente correlato alla religione e all’etnia di appartenenza”.
“Del resto – prosegue – vi è da tenere a mente un dato importante: in un periodo di diffusa radicalizzazione dell’Islam, il Kazakhstan non è stato mai teatro di attentati terroristici di grossa portata sul modello di quelli rivendicati dall’ISIS in Europa, sebbene la comunità islamica rappresenti la maggioranza dei cittadini kazaki. Senza una sapiente politica sociale e inter-religiosa, l’ISIS sarebbe riuscito a fare facile proselitismo anche in Kazakhstan così come accaduto nel mondo arabo e nei Balcani” conclude Saldutti.
Negli ultimi anni, il governo ha emanato una serie di provvedimenti che limitano e controllano l’attività delle associazioni e delle comunità religiose: tra le altre, l’obbligo di celebrare le funzioni solo in luoghi concordati con lo Stato o l’installazione di telecamere nei diversi luoghi di culto perché, in caso di attentato o di violenze, sia possibile identificare gli eventuali autori. In Kazakhstan convivono comunità di nazionalità e confessioni religiose differenti: secondo dati ufficiali forniti dal Ministero degli Esteri kazako, su 17 milioni di abitanti, al 70% musulmani, circa il 26% è costituito da cristiani, l’1% dei quali è di fede cattolica.
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AMERICA/BRASILE - Aumentano le rotte migratorie e il flagello della tratta in Amazzonia

Agencia FIDES - 4 September, 2018 - 02:39
Manaus – Parlando della tratta, il primo atteggiamento da assumere "è mettersi nei panni dell'altro, delle vittime". In realtà, la tratta è una violazione della dignità e dei diritti umani, una mercificazione della vita, sottolinea all'Agenzia Fides la religiosa Eurides Alves de Oliveira, che fa parte della Rete “Un grito por la Vida”.
Una delle regioni in cui la tratta è aumentata drasticamente è l'Amazzonia, dove il numero di rotte si è moltiplicato. Di fronte a questo flagello, è necessario, come afferma a Fides suor Rose Bertoldo, "stabilire meccanismi di confronto che rendano visibile il problema attraverso denunce e punizioni dei colpevoli, aumentando il lavoro di prevenzione e l’incidenza politica".
I fenomeni della migrazione e della tratta di esseri umani sono stati argomento del Seminario “Migrazione forzata e tratta di esseri umani” organizzato dalla Regione Nord 1 della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, CNBB, che si è svolto a Manaus, dal 31 agosto al 2 settembre, con la partecipazione di oltre un centinaio di rappresentanti delle nove diocesi e prelature che fanno parte della regione.
In tema di migrazione, possiamo dire che l'America Latina è la regione con il maggior numero di migranti e che nuove rotte migratorie stanno comparendo in Amazzonia, ha sottolineato la sociologa Marcia de Oliveira, consigliera del Sinodo della Pan-Amazzonia. Nelle dichiarazioni a Fides afferma che "i gruppi specializzati nello sfruttamento del lavoro degli immigrati sono cresciuti" e sottolinea il ruolo delle "istituzioni, sia dentro che fuori della Chiesa” che assumono le migrazioni come ragione del loro operare. Di fronte agli atteggiamenti xenofobi e alle persecuzioni subite dagli immigranti e dalle istituzioni che li sostengono, la sociologa insiste sulla necessità di pensare a trattare nelle nostre comunità ecclesiali il tema dell’odio contro gli immigrati.
Mons. Evaristo Spengler, Vescovo prelato di Marajò, membro della Commissione speciale pastorale per la lotta alla tratta di esseri umani, CEPEETH, della Conferenza episcopale del Brasile, riconosce che l'arrivo di Papa Francesco ha contribuito a rendere più visibili i fenomeni delle migrazioni e della tratta di esseri umani, insistendo sul fatto che “siamo una società che ha perso la capacità di piangere e avere pietà”.
Insieme a Mons. Spengler, il Presidente della Regione Nord, il Vescovo di Roraima, Mons. Mario Antonio da Silva, ha presentato durante il Seminario il lavoro svolto dalla Chiesa cattolica nella sua diocesi, che è la porta per gli immigrati venezuelani che cercano rifugio in Brasile, insistendo sul fatto che il lavoro per aiutare gli immigrati e per la lotta alla tratta deve essere un impegno di tutti.
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ASIA/ISRAELE - Presentato al governo il progetto di una città riservata ai “cristiani aramei”

Agencia FIDES - 3 September, 2018 - 06:13
Nazareth – Il progetto di costruire una nuova città riservata ai “cristiani aramei”, motivato anche con l'intenzione di custodire il linguaggio e la loro cultura aramaica, è stato sottoposto all'attenzione del governo d'Israele e al Premier israeliano Benjamin Netanyahu. A rivelarlo su un website statunitense è stato Shadi Khalloul , Presidente della Associazione cristiani aramaici d'Israele e membro di Philos Project, organizzazione di politici, giornalisti e intellettuali cristiani con sede a New York, impegnata a “guidare il cambiamento in Medio Oriente”). I “cristiani aramei” vengono definiti da Shadi Khalloul nel suo intervento sul
il Ministero degli Interni israeliano ha firmato un provvedimento per riconoscere l'identità “aramea” come identità nazionale distinta, da aggiungere nel registro delle nazionalità presenti nel Paese. Tale disposizione fu presa con l'intento dichiarato di permettere a 200 famiglie cristiane di identificarsi come appartenenti all'antica nazionalità, e così registrarsi come “aramei” piuttosto che come arabi nei documenti di identità. Il provvedimento del governo israeliano fu definito dai vescovi cattolici di Terra Santa come “un tentativo di separare i cristiani palestinesi dagli altri palestinesi” realizzato a partire da motivazioni ideologiche e pretestuose.
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ASIA/PAKISTAN - Abuso della legge di blasfemia: la parola al governo di Imran Khan

Agencia FIDES - 3 September, 2018 - 05:52
Lahore – L’uso improprio della legge sulla blasfemia continua in Pakistan, ma “è tuttora improbabile che alla controversa normativa si applichino emendamenti per disinnescare tali abusi”, afferma in una nota pervenuta a Fides la giornalista e commentatrice pakistana Tehreem Azeem, ricordando che la legge continua ad essere chiamata in causa per risolvere controversie personali, accusando falsamente qualcuno e generando attacchi o linciaggi di massa degli accusati.
A partire dal 1990, 70 persone sono state linciate a morte in Pakistan per presunte accuse di blasfemia, mentre altre 40 sono attualmente decedute o stanno scontando un ergastolo per accuse di blasfemia.
Tra le vittime, vi sono anche membri delle minoranze religiose, come avvenuto in un recente caso: a Muslim town, nel distretto di Gujranwala, il giovane cristiano, Farhan Aziz, 26 anni, è stato accusato di blasfemia verso il profeta Maometto ed è stato arrestato il 2 agosto scorso. Subito dopo, membri del partito "Tehreek-e-Labaik Pakistan" hanno circondato l'unica strada della città dove vivono i cristiani, minacciando un attacco e costringendo i fedeli alla fuga.
Un altro recente caso ha fatto scalpore: a Lahore un artista del Sindh, Qutub Rind, giunto in Punjab per una mostra d’arte, è stato ucciso dopo false accuse di blasfemia, in seguito a un litigio con il padrone dell’appartamento dove soggiornava. L’uomo e alcuni complici lo hanno malmenato, fratturandogli gli arti e scaraventandolo giù dal terzo piano di un edificio. All’arrivo della polizia, hanno invocato, in modo evidentemente strumentale, la legge di blasfemia.
La Commissione speciale del Senato del Pakistan per i diritti umani nel 2017 ha raccomandato che agli autori delle false accuse di blasfemia venga assegnata la stessa punizione imposta a chi commette blasfemia. Ora si vedrà come vorrà agire il nuovo governo di Imran Khan, vincitore delle recenti elezioni generali e 19° Primo Ministro del Pakistan: organizzazioni delle minoranze religiose e della società civile chiedono che si impegni per far passare gli emendamenti alla legge sulla blasfemia, impedendone l’abuso per motivi personali.
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AFRICA/KENYA- La Chiesa punta sulle comunicazioni sociali per contribuire all’evangelizzazione

Agencia FIDES - 3 September, 2018 - 05:05
Nairobi - ”Arrivate al momento giusto, presto avremo la radio, quindi potrete fornire il vostro contributo ai programmi radiofonici perché la gente ha bisogno di sapere cosa succede a livello di base” ha affermato Sua Ecc. Mons. Paul Kariuki Njiru, Vescovo di Embu, rivolgendosi ai trenta agenti delle comunicazioni sociali parrocchiali che hanno appena finito il loro corso di formazione a cura della Commissione Episcopale per le comunicazioni sociali.
Mons. Kariuki ha esortato i neopatentati operatori a narrare la situazione dei bisognosi e a riferire le molteplici opere buone che la Chiesa fa nella sua missione di evangelizzazione. "Trasformate la vita degli altri mettendo in evidenza la difficile situazione dei poveri nella comunità, in modo che le persone possano offrirsi volontarie per aiutarli. Siate agenti che possono aiutare a raccogliere informazioni che siano diverse da quelle riportate dai media secolari”.
Il Segretario esecutivo nazionale della Commissione episcopale per le comunicazioni sociali, p. Elias Mokua, ha detto che lo scopo della formazione degli operatori è quello di sostenere la Conferenza Episcopale del Kenya nel comunicare sia con i cattolici che con i non cattolici e di sviluppare una rete di comunicazione nazionale che promuova l'identità e i valori cattolici, la pace e la giustizia.
"Abbiamo sempre più bisogno di utilizzare le nostre forze come Chiesa cattolica per evangelizzare, insegnare i valori del Vangelo, promuovere la giustizia sociale, raggiungere le diocesi che non hanno radio o stampa, creando una 'Chiesa cattolica online, una Chiesa che usa la moderna tecnologia mediatica per evangelizzare” ha sottolineato.
P. Mokua ha rimarcato la necessità di sviluppare un'identità cattolica forte in mezzo alla crescente competizione tra i diversi media, risaltando i contenuti cattolici, fornendo notizie e informazioni che vadano anche controcorrente, facendo circolare notizie sulla Chiesa e altre informazioni che aiutino l’evangelizzazione, e facendo crescere una nuova generazione di operatori dei media cattolici.

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VATICANO - Aperto il Seminario di studio per i nuovi Vescovi dei territori di missione

Agencia FIDES - 3 September, 2018 - 04:58
Città del Vaticano – Si è aperto questa mattina, con il saluto dal Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli , e la concelebrazione eucaristica presieduta dal Segretario della Cep, l'Arcivescovo Protase Rugambwa, il Seminario di Studio per i Vescovi nominati di recente nelle circoscrizioni ecclesiastiche dipendenti dal Dicastero Missionario. Sono arrivati al Pontificio Collegio San Paolo apostolo, a Roma, 74 Vescovi di 34 nazioni di quattro continenti: 17 nazioni dell’Africa, 8 dell’Asia, 6 dell’Oceania, 3 dell’America Latina.
Il Seminario di Studio, iniziato nel 1994, vuole offrire a tutti i Vescovi nominati di recente alla guida delle circoscrizioni ecclesiastiche dei territori di missione, un periodo di tempo, agli inizi del loro incarico, per riflettere e pregare insieme, approfondire la vita e il ministero Episcopale con la guida di autorevoli relatori.
L’orario di massima prevede ogni giorno la concelebrazione eucaristica con le lodi, in apertura della giornata, e a sera, la preghiera dei vespri. Tre relazioni, seguite da dibattito, e i lavori secondo i gruppi linguistici scandiscono le intense giornate di studio.
Sabato 8 settembre, dopo la concelebrazione nella Basilica di San Pietro, avrà luogo l’udienza del Santo Padre e domenica 9 i Vescovi si recheranno in pellegrinaggio ad Assisi. La sera di lunedì 10 è previsto un incontro con i nuovi Vescovi della Congregazione per i Vescovi. Il Seminario si concluderà sabato 15 settembre.
Il programma del Seminario prevede gli interventi di Sua Ecc. Mons. Protase Rugambwa, Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che presenterà il tema “Il Vescovo dei territori di missione e la CEP”, e di Sua Ecc. Mons. Giovanni Pietro Dal Toso, Segretario aggiunto del Dicastero Missionario e Presidente delle Pontificie Opere Missionarie , che illustrerà “strutture, competenze ed attività” delle POM.
Terranno una relazione i Cardinali: Lorenzo Baldisseri , Kurt Koch , Angelo Amato , Peter Turkson , Marc Ouellet , Kevin Farrell , Luis Ladaria Ferrer , Beniamino Stella .
Inoltre prenderanno la parola gli Arcivescovi e Vescovi: Paul Richard Gallagher , Miguel Ayuso Guixot , Tadeusz Wojda , José Rodriguez Carballo , Juan I. Arrieta , Charles Jude Scicluna , Richard Kuuia Baawobr .
Sono previste anche le relazioni di mons. Bruno Marie Duffé , mons. Dario Edoardo Viganò , p. Joseph Koonamparampil , p. Hans Zollner , mons. Giampaolo Montini , mons. Guido Marini , mons. Vincenzo Viva .
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ASIA/COREA DEL SUD - Vescovi dell'Asia uniti: Forum per la pace nella penisola coreana

Agencia FIDES - 3 September, 2018 - 04:14
Seoul - Condividere un approccio di pace e di riconciliazione applicate alla politica e alla società, condividere esperienze e lanciare un messaggio di unità: con questo spirito Cardinali e Vescovi da tutta l'Asia sono riuniti in Corea del Sud per partecipare al "Forum per la condivisione della pace nella penisola coreana", ospitato e organizzato dalla Arcidiocesi di Seul, iniziato il 1° settembre al Campus Seongshin dell'Università Cattolica della capitale coreana. Come riferito a Fides dall'Ufficio per le Comunicazioni dell'Arcidiocesi, il Forum, giunto sua terza edizione, ha visto la partecipazione dei principali leader religiosi dell'Asia e ha avuto come tema la "Dignità umana e pace: un cammino per la penisola coreana".
Il Cardinale Andrea Yeom Soo-jung, Arcivescovo di Seul e Amministratore Apostolico di Pyongyang, ha aperto i lavori, mentre l'Arcivescovo Alfred Xuereb, Nunzio Apostolico in Corea, ha espresso ai presenti la vicinanza di Papa Francesco. Sono seguiti poi gli interventi dei Cardinali Oswald Gracias, Arcivescovo di Mumbai , Luis Tagle, Arcivescovo di Manila , Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon e dell’ Arcivescovo Sebastian Francis Shaw, alla gioda della diocesi di Lahore .
Come appreso da Fides, il Cardinale Andrea Yeom ha ricordato le parole di Papa Francesco durante la sua visita in Corea del Sud nel 2014: “le comunità cristiane in Asia sono davvero un piccolo gregge, ma hanno la missione di diffondere la luce del Vangelo fino alla fine del mondo”, sottolineando che solo attraverso la cooperazione tra le chiese si potrà compiere "la vera missione di umanizzazione ed evangelizzazione della penisola coreana".
Nella prima sessione del Forum, incentrato sul tema "la vita umana", in particolare il Cardinale Oswald Gracias ha affermato che "c'è bisogno di tempo per creare una cultura di pace nel mondo. La protezione e la promozione dei diritti umani è essenziale non solo per il bene individuale ma anche per il bene comune. E mentre ci impegniamo a essere costruttori di ponti, diciamo un 'sì' convinto e sincero all'edificazione della solidarietà tra le nazioni e un 'no' risoluto a tutto ciò che porta divisione".
Il Cardinale Tagle ha poi sottolineato che “la pace è una relazione profonda che si indebolisce quando le persone diventano individui. La pace si realizza quando sei in comunione con Dio. A partire da questa relazione fondamentale è possibile essere in armonia con se stessi, con il prossimo e con il creato".
Nella seconda sessione, il Cardinale Bo ha sottolineato che "dove non c'è il rispetto della dignità umana, non si può costruire la pace" e, raccontando la sua esperienza in Myanmar, ha detto che "non dobbiamo tacere per il bene di coloro che soffrono per la povertà, per i conflitti e per le ingiustizie, non dobbiamo tacere di fronte al dramma degli sfollati, dei profughi, delle vittime delle nuove forme di schiavitù e di quelli che sono nel pianto: anzi dobbiamo essere la loro voce".
Infine l'Arcivescovo Francis Shaw ha ricordato: "Siamo nati in Pakistan e Dio ha un progetto di vita per noi. Quindi, dobbiamo essere coraggiosi e non perdere la speranza. Siamo noi i pacificatori e i guaritori della società", ricordando l'impegno della Chiesa locale nel dialogo con le autorità religiose islamiche.
La terza sessione è stata una tavola rotonda sul tema del "Convivere", in cui i relatori hanno discusso sui problemi delle famiglie multiculturali, dell’integrazione dei rifugiati nordcoreani nella società coreana, della disuguaglianza dopo la democratizzazione in Corea, del conflitto generazionale nel contesto di un rapido invecchiamento della società.
Nella quarta sessione, che verteva sul tema "La vita pacifica", diversi interventi di professori e accademici cattolici hanno affrontato la tematica della "via della vera pace", riportando alcuni scritti del Cardinale Kim Soo-hwan, e hanno condiviso le loro opinioni su come creare un sistema per i diritti umani in Corea e in Asia.
I leader religiosi asiatici presenti al Forum visiteranno il villaggio di Panmunjom, sul confine intercoreano, luogo simbolo della divisione della penisola coreana, e parteciperanno a incontri con i mass media.
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AMERICA - Lettera aperta: i nostri popoli condannati a un presente e a un futuro di distruzione e morte

Agencia FIDES - 3 September, 2018 - 03:46
Brasilia – “I gravi e spesso irreversibili danni e violazioni dei diritti umani e dei diritti della natura causati dall'attuale modello estrattivo minerario, promosso, sostenuto e alimentato dall’affanno dell'arricchimento immorale, inumano e innaturale delle grandi multinazionali minerarie e dei paesi di origine, in una nuova fase più aggressiva di colonizzazione e di saccheggio” ha come conseguenza che “i nostri popoli sono condannati a un presente e a un futuro di distruzione e morte” quindi “è urgente porre dei limiti a questo modello di sviluppo estrattivo, come sottolinea Papa Francesco”.
E’ un passaggio della “Lettera pubblica alle nostre Chiese, organizzazioni e società”, appena pubblicata, che raccoglie i frutti dell’incontro tenutosi a Brasilia, dal 7 al 10 agosto. Rappresentanti di organizzazioni, movimenti e famiglie religiose provenienti da vari paesi di America Latina e Stati Uniti, oltre che dalla Germania, si sono incontrati alla luce dell'enciclica Laudato Si e della Lettera pastorale sull'ecologia integrale, "Discepoli e missionari, Custodi della creazione" del Consiglio episcopale latinoamericano , per condividere sfide, lotte e speranze delle comunità interessate dall’estrazione mineraria.
“Questo incontro – è scritto nella lettera aperta, pervenuta all’Agenzia Fides - ci ha permesso di rinnovare la nostra missione di contribuire alla costruzione di nuovi rapporti con la natura, non come produttrice di ricchezza, ma come sorella e madre nostra, con una vita propria e con diritti inalienabili, che condivide e sostiene la vita della Creazione alla ricerca della Buona Vita e del Benessere di tutti gli esseri che fanno parte di questa casa comune".
Ai danni provocati dall’estrazione mineraria si aggiunge la privatizzazione dei fiumi, per il moltiplicarsi delle imprese produttrici di energia elettrica, e l’ampliamento dell’attività per l’estrazione di gas naturale. “Tutti questi tipi di attività estrattiva, lungi dall'avanzare verso una maggiore responsabilità nella cura della casa comune e della vita – è scritto nel testo -, accelerano la loro distruzione e condannano milioni di persone a sopravvivere nella precarietà, vittime di malattie derivate dalla contaminazione delle acque, delle terre e dell’aria”.
Durante l’incontro sono state presentate le dolorose testimonianze delle vittime dell’attività mineraria e dei difensori della madre terra, ed è stata rilevata la responsabilità di tale situazione, da cui non sono esenti i governi dell’America Latina: “nel nostro continente, ad esempio, il 60% degli omicidi riguarda difensori dei diritti e leader comunitari”.
Chiamati a dare, come Chiese, motivi di fede e speranza che “un altro mondo è possibile, dove prevalga il rispetto e la cura per la vita naturale di cui l'umanità è parte”, i partecipanti rivolgono quindi una serie di raccomandazioni. In primo luogo ribadiscono il loro impegno a “denunciare queste pratiche di morte e a chiedere cambi strutturali” sia per limitare l’attività estrattiva abusiva e irresponsabile, che per mettere fine alla “tolleranza complice dei nostri governi”. Inoltre riaffermano la volontà di continuare “a promuovere la vita, sostenendo gli sforzi e le lotte delle comunità interessate dall’estrazione mineraria e da altri progetti che colpiscono gravemente la vita e il futuro della madre terra e di tutti gli esseri umani che essa sostiene”.
Ai responsabili delle Chiese viene chiesto di “assumere un maggiore impegno verso quanti soffrono le conseguenze di questo modello economico di produzione sfrenata, di consumismo vorace e di depredazione senza limiti della natura”. Agli Stati si chiede “maggiore responsabilità nell’amministrazione del bene comune, una lotta decisa alla corruzione, di attivare e controllare con rigore norme e leggi che garantiscano i diritti umani, individuali e comunitari, i diritti della natura e il diritto fondamentale dei popoli a decidere del proprio sviluppo, garantendo effettivi processi di consultazione” e di rispetto delle decisioni prese.
Agli imprensari si chiede di eliminare “le pratiche di sfruttamento criminale, irresponsabile e depredatorio di vite, territori e culture”, mentre si ribadisce nella parte finale che “è arrivato il momento in cui ogni persona si assuma la responsabilità di costruire altri modelli produttivi che garantiscano la vita delle generazioni future e rispettino la madre terra, di sostenere un consumo responsabile e di scommettere su nuovi modi di intendere lo sviluppo integrale”.
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NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - In Indonesia cresce l'intolleranza religiosa

Agencia FIDES - 1 September, 2018 - 08:11
L'intolleranza religiosa sta crescendo in Indonesia, il paese a maggiorna islamica più popoloso al mondo: oltre l'82% dei suoi circa 260 milioni di persone che sono musulmani circa il 10% della popolazione è cristiana. In un rapporto del "Setara Institute", prestigioso centro studi su società e religione con sede a Giacarta, nei primi sei mesi del 2018 si sono verificati almeno 109 episodi di aperta violazione della libertà di religione e 13 azioni violente, in episodi diffusi in 20 province indonesiane.
L'Indonesia, secondo l'istituto di ricerca, riscontra un numero crescente di casi di intolleranza religiosa. L'Istituto Setara, che svolge attività di ricerca e difesa della democrazia, della libertà e dei diritti umani, ha pubblicato il 20 agosto un rapporto dedicato allo stato della libertà religiosa nella nazione. La maggior parte degli abusi si sono verificati nella capitale dell'Indonesia, Giacarta, che ha superato la provincia di West Java, in passato teatro del maggior numero di episodi. Va notato che tra le prime quattro province citate c'è quella di Yogyakarta, nota come "città della tolleranza"
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