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ASIA/TURKMENISTAN - P. Madej: “La poesia è testimonianza silenziosa dell’amore di Dio”

Agencia FIDES - 11 August, 2018 - 05:16
Ashgabat - “Esiste una categoria di persone non credenti che riescono a porsi domande sulla propria esistenza dopo essersi avvicinate al linguaggio poetico, perché la poesia pone interrogativi che la matematica e la fisica non stimolano. Una signora una volta mi ha raccontato di aver deciso di ricevere il battesimo dopo aver letto una mia raccolta di poesie. Questo mi fa capire che essere un prete-poeta è utile: la poesia è per me una testimonianza silenziosa dell’amore di Dio”. E’ quanto racconta all’Agenzia Fides da p. Andrzej Madej, sacerdote polacco degli Oblati di Maria Immacolata e Superiore della Missio sui iuris del Turkmenistan alla vigilia della pubblicazione della sua ultima raccolta di componimenti in polacco, “Pod skrzydlem aniola” .
Spiega ancora l’Oblato a Fides: “Scrivo poesie quasi da 50 anni e in tanti momenti della mia vita il Signore mi ha dimostrato che dovevo continuare. Quando ero seminarista a Roma all’inizio degli anni Settanta, il superiore degli Oblati di Maria Immacolata, un grande teologo, usava spesso il linguaggio poetico nelle sue omelie e catechesi. Lì ho imparato che il simbolismo è un ottimo strumento di predicazione. Sono un prete che usa la poesia per essere ancora più fortemente e profondamente prete”.
P. Madej pubblica una raccolta all’anno: i componimenti sono scritti in polacco, ma spesso vengono tradotti in russo, e questo li rende fruibili anche ai fedeli del Turkmenistan: “La mia missione è quella di stare tra la gente, per questo non ho tempo di tradurre le poesie. Ma qualcuno dei fedeli sa parlare la lingua russa e mi chiede aggiornamenti sugli ultimi testi. Qualcuno sa anche leggere la lingua polacca, e fa da interprete all’interno della comunità”, racconta.
L’Oblato svolge il suo servizio in Turkmenistan dal 1997, quando Giovanni Paolo II istituì la Missio sui iuris con cui rinacque la chiesa cattolica locale. Per tredici anni, la presenza degli Oblati è stata ammessa solo come rappresentanza dell’Ambasciata vaticana: all’inizio ci si incontrava nelle abitazioni private e la Messa si celebrava nel territorio diplomatico della Nunziatura apostolica di Ashgabat. Nel 2010 il governo turkmeno ha riconosciuto ufficialmente la presenza cattolica. La comunità cattolica turkmena, costituita da circa duecento fedeli, si riunisce nella cappella della Trasfigurazione del Signore, nella capitale Ashgabat, ed è guidata da due sacerdoti Oblati di Maria Immacolata. Il Turkmenistan conta 5 milioni di abitanti al 90% musulmani.
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AMERICA/PERÙ - Missionario gesuita trovato morto in una comunità indigena amazzonica

Agencia FIDES - 11 August, 2018 - 02:48
Lima - La mattina di venerdì è stato trovato senza vita, legato e "con segni di violenze", nella comunità indigena amazzonica di Yamakentsa, il corpo di padre Carlos Riudavets Montes, sacerdote spagnolo della Compagnia di Gesù di 73 anni di età. Nel pomeriggio la congregazione ha reso noto il fatto, manifestando "sconcerto e dolore" ed affermando "il rifiuto ad ogni forma di violenza" e la fiducia che le autorità possano chiarire le cause e le circostanze nelle quali ha avuto luogo l'assassinio. La conferenza episcopale peruviana ha espresso il suo cordoglio alla Compagnia di Gesù in un comunicato firmato da mons. Miguel Cabrejos, arcivescovo di Trujillo e presidente dell'organismo. "Padre Riudavets era dedito all'educazione delle famiglie delle comunità native dell'Amazzonia" da 38 anni, scrive il vescovo, che chiede alle autorità di trovare i responsabili del crimine. In una dichiarazione al canale RPP Noticias, la dirigente scolastica distrettuale Gumercinda Duire ha informato che il corpo del missionario è stato trovato all'alba dalla cuoca sul pavimento della sua residenza presso la scuola "Valentín Salegui" della menzionata comunità indigena situata nel distretto di Yamakai-éntsa , appartenente al vicariato apostolico di Jaén. "Il padre era molto amato. È molto strano quello che è accaduto", ha aggiunto la dirigente.
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AFRICA/EGITTO - Un monaco di San Macario accusato dell'omicidio del vescovo copto Epiphanius

Agencia FIDES - 11 August, 2018 - 02:25
Il Cairo – L'egiziano Wael Saad Tawadros, fino a qualche giorno fa monaco del monastero copto ortodosso di San Macario, è stato individuato dagli organismi giudiziari egiziani come l'autore dell'omicidio del vescovo copto ortodosso Epiphanius, trovato ucciso alle prime ore di domenica 29 luglio nello stesso monastero, di cui era abate. Secondo quando riportato dei media egiziani, l'ex monaco omicida avrebbe confessato il suo crimine, rivelando di aver ucciso Anba Epiphanius con un'asta di ferro.
Lo scorso 5 agosto Wael Saad Tawadros, fino a quel momento monaco del monastero di San Macario con il nome di Isaiah al Makary, era stato espulso dal monastero e spogliato dell'abito monastico con un provvedimento approvato dal Patriarca copto ortodosso Tawadros II. All'ex monaco era stato chiesto di “pentirsi” per la salvezza della sua anima, ma in un primo tempo, come riferito dall'Agenzia Fides – vedi Fides 6/8/2018 – i portavoce ufficiali della Chiesa copta ortodossa avevano smentito che le misure disposte nei confronti di Wael fossero da mettere in connessione con la morte di Anba Epiphanius.
Alle prime ore di domenica 29 luglio il corpo del vescovo Epiphanius era stato rinvenuto in una pozza di sangue, all'interno del monastero, lungo il tragitto che dalla sua cella conduceva alla chiesa, dove il vescovo si stava recando per iniziare la giornata con l'ufficio delle preghiere mattutine, prima della messa domenicale . 64 anni, nativo di Tanta, laureato in medicina, Anba Epiphanius era entrato nel Monastero di San Macario, nella regione del Wadi Natrun, nel 1984, e era stato ordinato sacerdote nel 2002. Ricercatore e studioso, aveva lavorato alla traduzione dal greco all'arabo di diversi libri della Bibbia. I monaci del Monastero di San Macario lo avevano eletto a maggioranza come proprio abate il 3 febbraio 2013. Discepolo di Matta el Meskin – padre spirituale e figura chiave nella storia recente della Chiesa copta ortodossa – Anba Epiphanius viveva intensi rapporti di comunione spirituale con amici e comunità monastiche della Chiesa cattolica. .
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ASIA/SIRIA - Riapre il monastero di Santa Tekla a Maalula

Agencia FIDES - 10 August, 2018 - 05:11
Maalula - Il monastero ortodosso di Santa Tekla, nella cittadina siriana di Maalula, sarà presto di nuovo aperto anche alle visite di pellegrini e turisti. Sono infatti ormai quasi ultimati i lavori di ricostruzione e restauro che hanno provato a risanare per quanto possibile i gravi danni inferti al luogo di culto nel periodo in cui, tra il settembre 2013 e il marzo 2014, il villaggio rupestre di Maalula era stato conquistato dalle milizie della galassia islamista anti-Assad, in una delle fasi più intense del conflitto siriano.
Come riferito dall'Agenzia Fides un contributo importante alla ricostruzione di Santa Tekla è arrivato dall'Associazione dei veterani russi “Boevoe Bratstvo” . Media russi rigeriscono che le suore hanno già fatto ritorno monastero, ormai tornato agibile al 90%, e che i lavori di ricostruzione e restauro verranno completati nelle prossime settimane.
Maalula, 55 km a nord est di Damasco, nota in tutto il mondo per essere uno dei posti in cui si parla ancora l'aramaico, la lingua di Gesù, ospita sia il monastero di Santa Tekla che il santuario dedicato ai santi Sergio e Bacco, che fa capo alla Chiesa cattolica greco-melkita. Il 3 dicembre 2013, 13 suore greco-ortodosse di Santa Tekla erano state prelevate dal monastero, insieme a tre loro collaboratrici. Il sequestro si concluse felicemente domenica 9 marzo 2014, quando le suore e le tre dipendenti furono liberate in territorio libanese. La liberazione avvenne anche grazie alla mediazione degli apparati d'intelligence libanesi e del Qatar, e ebbe come contropartita il rilascio di 153 donne incarcerate nelle prigioni siriane. .
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ASIA/PAKISTAN - Un laico cattolico eletto nell'Assemblea provinciale del Sindh

Agencia FIDES - 10 August, 2018 - 04:19
Karachi - Il laico cattolico Anthony Naveed è l'unico membro cristiano eletto nell'Assemblea della Provincia del Sindh . Scelto dal Pakistan People Party , sarà presente nell'Assemblea provinciale Sindh nel periodo dal 2018 al 2023. Altri partiti politici hanno scelto candidati di religione indù per gli altri posti riservati alle minoranze religiose nella stessa Assemblea.
Come appreso da Fides, rivolgendosi a oltre 500 persone riunite nella Chiesa cattolica di San Pietro a Karachi, alla fine di una Messa di ringraziamento appositamente celebrata per affidare a Dio il suo servizio in politica, Naveed ha detto: "Sono grato a Dio che mi ha dato l'opportunità di servire il Pakistan e i la comunità cristiana. Sono grato al presidente del PPP Bilawal Bhutto Zardari per avermi affidato questa responsabilità nell'Assemblea provinciale". E con le lacrime agli occhi ha aggiunto: "Sono felice di essere ststao battezzato e cresimato in questa Chiesa; ha servito questa Chiesa da giovane e oggi da cattolico inizio il servizio come membro dell'assemblea provinciale".
Anthony Naveed ha conseguito lauree in scienze politiche all'inizio degli anni novanta , impegnandosi come membro della "People's student Federation" , ala studentesca del PPP a Karachi. È stato anche membro attivo della Commissione diocesana per la gioventù nell'Arcidiocesi di Karachi dal 1998 al 2005 ed ha rappresentato l'Arcidiocesi di Karachi a Toronto , nella Giornata Mondiale della Gioventù del 2002.
Dopo una militanza politica di 15 anni è stato eletto vice consigliere nella città di Jamshed nel 2005 e ha prestato servizio fino al 2010, e nella stessa città. Grazie al su impegno, nel 2016 l'allora capo di gabinetto del Ministro per l'ufficio dell'armonia interreligiosa del Sindh, Syed Murad Ali Shah, ha nominato Anthony Naveed come suo assistente.
Anthony Naveed parlando alla Fides nota: "Mi sto concentrando sull'attuazione del provvedimento che prevede di riservare il 5% dei posti di lavoro negli uffici governtivi alle minornze religiose. Lavorerò per ottenere 5 posti riservati agli studenti delle minoranze nelle università e mi impegnerò per lo sviluppo delle minoranze religiose in Pakistan." E aggiunge: "Seguo la visione della defunta leader Benazir Bhutto per servire le minoranze povere e bisognose, rifiutate e oppresse in Pakistan". Anthony osserva che le minoranze in Pakistan affrontano molòte sfide, come la tutela dei loro diritti e della discriminazione. E afferma: "Credo che il PPP sia l'unico partito politico che vuole davvero proteggere i diritti delle minoranze e lavora per lo sviluppo delle minoranze".
Nell'aprile scorso il cristiano Anwar Lal Din, anch'egli del PPP, è diventato il primo senatore cristiano nella provincia del Sindh .
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ASIA/FILIPPINE - Campagna antidroga del governo: l'impegno della Chiesa per la riabilitazione dei tossicodipendenti

Agencia FIDES - 10 August, 2018 - 02:49
Manila - Padre Luciano Airel Felloni, missionario argentino, che vive da vent'anni nelle Filippine, ha avviato nella sua parrocchia nella diocesi di Novaliches, nei pressi di Manila, un serio impegno per riabilitare i tossicodipendenti e ricondurli a vivere una vita significativa e dignitosa. E' questo l'approccio che la Chiesa nelle Filippine propone in risposta alla campagna "antidroga" lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte che, fin dalla sua elezione a giugno 2016, ha mobilitatao le forze dell'ordine per risolvere in modo violento il problema della droga nel paese. La strategia del suo governo, basata sulla paura e sull'azione delle forze dell'ordine, è molto criticata: dall'inizio della sua presidenza, in media sono state uccise 33 persone al giorno dalla polizia , ma vi sono altre 23.500 uccisioni extragiudiziali, opera di squadroni di "vigilantes". La stragrande maggioranza delle vittime sono poveri, che non possono permettersi programmi di riabilitazione privati.
Sullo sfondo di questo fenomeno, molti preti e religiosi in tutto il paese, come p. Felloni, hanno intrapreso programmi di riabilitazione e recupero per tossicodipendenti. Alcune comunità stanno cercando di colmare i fallimenti del governo. A settembre 2016 Padre Felloni, mentre il numero di sospetti di droga uccisi nella sua comunità continuava a salire, ha iniziato a lavorare con leader civili locali avviando un programma ambulatoriale di reucpero nella sua parrocchia.
"Ci siamo chiesti cosa potevamo fare nel nostro piccolo per aiutare una campagna contro la droga, ma operando nel modo giustoa, in difesa delal dignità di ogni persona, e per giovare davvero alla comunità", spiega p. Felloni a Fides.
Inizialmente, il progetto ha incontrato l'ostilità della polizia e lo scetticismo degli stessi tossicodipendenti. Nel giro di un anno, l'iscrizione delle persone in cura è cresciuta fino a 40 e dopo che il gruppo di p. Felloni ha completato con successo il primo ciclo semstrale del programma di recupero e disintossicazione, la fiducia è cresciuta.
L'impegno di Padre Felloni è quello di reintegrare gli ex tossicodipendenti nella società, aiutandoli a "vivere una buona vita". Accanto all'espeirnza di p. Felloni sono molti, in tutta la nazione, i contributi e gli interventi di parrocchie, enti e organizzazioni della Chiesa cattolica che aiutano i tossicodipendenti ad uscire dal tunnel della droga.
La Chiesa cattolica nelle Filippine ha ripetutamente sollecitato il governo a cambiare approccio nella "guerra alla droga": invece di uccidere, la via giusta è la riabilitazione, il recupero e il reintgro nel tessuto sociale delle persone cadute nella trappola della dipendenza, hanno ribadito i vescovi.
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AFRICA/COSTA D’AVORIO - Liberazione dei prigionieri politici: un passo importante verso la pace

Agencia FIDES - 10 August, 2018 - 02:15
Abidjan – Il 6 agosto 2018, alla vigilia del Giorno dell'Indipendenza, il Presidente della Repubblica della Costa d'Avorio, Alassane Ouattara ha deciso di concedere la grazia a circa 800 prigionieri politici tra cui Simone Gbagbo, moglie dell'ex Presidente della Repubblica, detenuta per crimini di guerra.
“Si tratta di una decisione politica presa in un contesto socio-politico teso nel quale quasi tutta la società civile e politica ha insistito sul rilascio di prigionieri politici in carcere dopo le violenze post-elettorali del 2011 come segno di autentica riconciliazione” ha raccontato a Fides padre Donald Zagore, sacerdote ivoriano della Società Missioni Africane.
“La Costa d'Avorio, dal 1999, è entrata in un circolo infernale di divisione e violenza socio-politica, – continua Zagore- a partire dallo scoppio di una sanguinosa e micidiale rivolta armata nel 2002 alle violenze postelettorali del 2011 che secondo la comunità internazionale ha causato quasi 3000 morti”.
“Nel processo di riconciliazione avviato dall’attuale potere, la giustizia era il principio fondamentale su cui costruire questa riconciliazione nazionale. Purtroppo, la magistratura ivoriana è rimasta in una logica di palese imparzialità praticando la giustizia dei vincitori, rendendola non più uno strumento di pace e riconciliazione, bensì uno strumento di ingiustizia e divisione” commenta il missionario.
“In un tale contesto la pace non era più possibile. L’unica via d’uscita era una politica di amnistia con la liberazione di tutti i prigionieri politici che favorisse un dialogo franco per una vera riconciliazione. L’appello è stato unanime, gruppi sociali, politici e religiosi, sono intervenuti a favore del rilascio dei prigionieri politici.
Non è mancato il supporto della Chiesa ivoriana che, attraverso la voce dei suoi vescovi, ha investito molto su questa politica. Oggi, con l’amnistia, è stato compiuto un grande passo verso una riconciliazione vera e definitiva, anche se la strada rimane ancora lunga. La verità è che tutti noi ivoriani abbiamo molta sete di pace e riconciliazione”.

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AFRICA/ETIOPIA - Violenze nell'Est, il Vicario Apostolico: “Abbiamo sentito il Signore davvero vicino; è stato Lui a salvarci”

Agencia FIDES - 9 August, 2018 - 05:46
Harar – Si sta placando il clima di tensione che negli ultimi giorni ha causato atti di vandalismo contro diverse comunità etniche nella Regione somali nell’est dell’Etiopia . Le violenze hanno interessato il capoluogo Jijiga e altre città della regione.
“Sabato 4 agosto mi trovavo a Jijiga per la benedizione di una cappella su un terreno periferico distante dal capoluogo circa 5 km. Con me erano venuti 300 cattolici, tra questi una sessantina da Dire Dawa e Harar”, ha raccontato a Fides mons. Angelo Pagano, Vicario Apostolico di Harar trovatosi coinvolto in quello che si è trasformato in un tragico evento.
“Dopo la Messa, prima della benedizione finale siamo soliti fare una processione con l’ostensorio intorno alla cappella nel terreno della missione, ma siamo rimasti bloccati da un incendio divampato in una chiesa ortodossa a 50 metri di distanza. Giovani armati di bastoni avanzavano verso di noi e hanno iniziato a lanciarci pietre. Tolti i paramenti sacri, insieme ad un anziano del villaggio: siamo andati a vedere cosa stesse accadendo. Siamo riusciti a parlare con alcuni giovani che comunque ci intimavano di andare via. Rientrando ci siamo imbattuti in un sacerdote che purtroppo era già morto e in un altro rimasto ferito che siamo riusciti a portare nel nostro compound. Siamo rimasti sotto assedio circa 6 ore, nonostante avessimo chiamato la polizia somala nessuno si è visto. Siamo riusciti a fare partire un po’ di gente con 4 o 5 macchine mentre una è stata attaccata e colpita con armi da fuoco senza fortunatamente feriti che poi sono scappati a piedi. Uno dei nostri cristiani arrivato con un soldato ci ha scortati con altre 4 macchine e siamo arrivati a Jijiga la notte. Il giorno dopo abbiamo realizzato che in 7/8 punti del nostro Vicariato di Harar sono state bruciate 8/10 chiese ortodosse, uccisi sacerdoti, diaconi e gente che svolgeva varie mansioni nelle chiese. A noi cristiani è andata relativamente bene, sono i nostri fratelli cristiani-ortodossi che hanno sofferto davvero tanto, commenta il Vescovo”
“Abbiamo sentito il Signore molto vicino, è stato l’unico ad aiutarci. Non avevamo niente da poter offrire alle 500 persone che abbiamo accolto nei nostri compound della missione cattolica. Grazie alla collaborazione di tutti e dei 5 sacerdoti del nostro Vicariato insieme agli ortodossi siamo riusciti a sfamare tutti sentendoci una famiglia”, continua padre Angelo che come tutti i presenti ha vissuto una situazione molto difficile. "Il giorno dopo l’attacco abbiamo saputo che anche la nostra nuova cappella è stata distrutta, non hanno potuto darle fuoco in quanto fatta di mattoni, ma hanno distrutto tutto quanto non siamo riusciti a portare via, immagini sacre, Crocifisso, generatori, ecc.” ha commentato il Vescovo”.
“Il lunedì successivo il Presidente della Regione Somali, Abdi Illey, “aggiunge padre Angelo “ha convocato i leader religiosi e ci sono andato anche io. Ha detto che lui vuole la pace e ci ha pregati di dire ai nostri cristiani di non vendicarsi perché lui sa che chi ha perpetrato quegli atti vandalici non sono altro che ladri. Io sono intervenuto facendo presente che secondo me non si è trattato di semplici ladri quanto di guerra di religione e che avrebbe dovuto vedere come si sono comportati i ribelli somali, come hanno attaccato solo luoghi di culto e come abbiano ucciso solo cristiani. Gli ho anche detto che, come lui ci ha invitati a diffondere la pace, altrettanto dovrebbero fare i leader mussulmani dai loro minareti. Poi si è dovuto concludere l’incontro ed andare via in tutta fretta.”
“Da due anni mi trovo in questa regione e ho constatato che allo scadere di ogni anno si verificano episodi come quest’ultimo. Settembre 2016, ottobre 2017 e adesso agosto 2018. Questo mi fa nascere la convinzione sempre di più che si tratti di attacchi studiati a tavolino sempre in diverse zone dello stesso Vicariato. E’ impossibile, per me, che episodi di violenza si ripetano sempre nella nostra zona. Confidiamo molto nel nostro nuovo Presidente del Governo che finora è stato sempre presente e continua a lavorare per la pace del nostro popolo. Illey è stato costretto a dimettersi ed è stato arrestato anche se temiamo ripercussioni. La conseguenza triste immediata è che molti cristiani hanno incominciato a lasciare la zona per rifugiarsi ad Harar e dintorni”, conclude il Vicario Apostolico.

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AFRICA/EGITTO - "Digiuno di Maria": copti pregano per Patriarca e monasteri dopo l'omicidio del vescovo Epiphanios

Agencia FIDES - 9 August, 2018 - 05:34
Il Cairo – I cristiani copti ortodossi in tutto il mondo stanno vivendo i quindi giorni del “digiuno della Santa Vergine Maria” pregando con particolari intenzioni per il lro Patriarca Tawadros II e per i monasteri del Paese, nel difficile momento attraversato dall'intera compagine ecclesiale dopo l'assassinio di Anba Epiphanios, il vescovo-abate ucciso nel monastero di San Macario la mattina di domenica 29 luglio. Il tempo di preghiera e digiuno si concluderà il 22 agosto, data in cui la Chiesa copta ortodossa celebra l'Assunzione della Vergine Maria. Nel frattempo, proseguono le indagini per trovare autore e movente dell'omicidio di Anba Epiphanios, senza che finora sia stato disposto l'arresto o l'incriminazione verso alcun sospettato.
Secondo fonti mediatiche egiziane, nelle ultime ore rappresentanti della Chiesa copta avrebbero chiesto alle autorità giudiziare di mantenere riservati i risultati parziali delle indagini, evitando indiscrezioni e fughe di notizia che finiscono per alimentare confusione. Negli ultimi giorni era circolata la voce – rilanciata sui media, e poi rivelatasi infondata – del presunto arresto di un collaboratore del monastero, che svolgeva anche funzioni di autista per Anba Epiphanios. Sono state diffuse anche voci non verificate secondo cui telecamere di sorveglianza collocate nel monastero non erano funzionanti e da esse non è giunto nessun elemento utile alla soluzione del caso. Mentre negli ambienti della diaspora copta in Nordamerica sono circolati anche allarmi di origine indefinita – confutati anche dal giurista copto Naguib Gabriel - secondo cui le forze di sicurezza egiziane avevano torturato monaci del monastero di San Macario per estorcere loro informazioni utili alle indagini, violando con perquisizioni invasive anche le aree più sacre del monastero.
Intanto, nel suo ultimo sermone settimanale del mercoledì, Papa Tawadros ha usato parole di gratitudine per la realtà del monachesimo copto, dicendosi fiducioso che le comunità monastiche rimarranno a abitare nei deserti egiziani “fino alla fine del mondo”, e continueranno a offrire anche alle generazioni future le ricchezze dei propri doni spirituali, che non possono essere dissipati da debolezze, errori, peccati e crimini di singole persone. “La fede cristiana” ha detto tra l'altro Papa Tawadros “è custodita dal Signore, e non ha bisogno di altri protettori”. .
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ASIA/PAKISTAN - Il Cardinale Coutts: “Una chiamata a pregare e servire il mio popolo e la Chiesa universale”

Agencia FIDES - 9 August, 2018 - 03:16
Karachi - "Non sono scelto perché sono il più capace. Questo è il piano di Dio per me: servirlo vicino al Santo Padre. E' una responsabilità e una chiamata a pregare e servire di più. La gente mi dice che la mia elevazione a Cardinale è un onore per la Chiesa e per il Pakistan. Pertanto, esorto tutti i fedeli a sostenermi con la preghiera, perchè possa adempiere alle responsabilità a me assegnate": così il Cardinale Joseph Coutts ha parlato mentre, tornato in Pakistan dopo la celebrazione in Vaticano il 29 giugno in cui è stato creato Cardinale, continuano ad arrivare messaggi di felicitazioni da leader civili e religiosi.
"Per me l'elevazione al grado di Cardinale significherà fare di più per il mio popolo e la Chiesa universale", afferma a Fides il Cardinale. P. Saleh Diego, Vicario generale dell'Arcidiocesi di Karachi riferisce a Fides che persone, gruppi laicali, i leader politici, i funzionari governativi e personale delle Ong stanno ancora visitando il presule per congratularsi con lui. Il Cardinale ha in programma Card. Coutts di visitare tutte le parrocchie della diocesi.
Il Cardinale ricorda la festosa accoglienza ricevuta: al suo arrivo da Roma, una schiera di oltre 200 motociclette lo ha scortato dall'aeroporto alla Cattedrale di San Patrizio a Karachi e lungo la strada fedeli con vestiti tradizionali, ghirlande di fiori, mazzi di fiori e petali di fiori hanno fatto da corona al suo viaggio.
“Sono felice dei messaggi e visite che ricevo da tutto il paese non solo dai cristiani, ma da molti gruppi non cristiani. E' un momento per gioire ma allo stesso tempo è per me una grande responsabilità. Invito tutti i fedeli a sostenermi con la preghiera" ha poi detto il Cardinale Coutts a una folla di oltre 5.000 persone riunite nella Cattedrale di San Patrizio.
Il Cardinale ha concelebrato la Messa di ringraziamento per la sua elevazione al grado di Cardinale con tutti i Vescovi cattolici del Pakistan. Secondo il decreto pontificio, sarà titolare della Chiesa di San Bonaventura al Palatino a Roma.
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ASIA/COREA DEL SUD - Si avvicina la Giornata coreana della Gioventù

Agencia FIDES - 8 August, 2018 - 05:24
Seoul - E' l'Arcidiocesi di Seoul a ospitare la quarta giornata della gioventù della Corea che si celebra dall'11 al 15 agosto sul tema "Sono io; non abbiate paura . "L'esperienza convoglierà a Seul quasi 2.000 giovani cattolici provenienti dalle 16 diocesi coreane. Attraverso l'opportunità di condividere e scambiare le loro esperienze di vita, tutti i partecipanti troveranno la possibilità di riconfermare la propria fede e di rispondere alla chiamata da parte del Cristo", afferma una nota inviata a Fides dall'Ufficio Comunicazioni della diocesi di Seoul, mentre fervono i preparativi a vari livelli.
Il programma, stilato sul modello in cui si articolano le Giornate Mondiali della Gioventù, include la Messa di apertura , un pellegrinaggio ai luoghi sacri di Seoul , le catechesi tenute dai vescovi diocesani, uno speciale "Festival della cultura" nella cattedrale di Myeongdong, diversi concerti e la veglia di preghiera serale con la comunità di Taizè , fino alla Messa di chiusura il 15 agosto. I giovani partecipanti saranno ospitati in famiglie locali, che hanno dato la loro disponibilità nelle diverse parrocchie della capitale.
Seguendo la filosofia della Gmg, la Chiesa caoreana celebra il suo quarto evento dopo la prima Korean Youth Day tenutasi a Jeju nel 2007; la seconda a Uijeongbu nel 2010; la terza a Daejeon nel 2014, in presenza di Papa Francesco. In quell'occasione la Giornata coincise con l'Asian Youth Day.
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AFRICA/ETIOPIA - Chiese incendiate e sacerdoti uccisi nella Regione del Somali

Agencia FIDES - 8 August, 2018 - 05:07
Addis Abeba – Il Patriarca Matthias I e il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa Tewahedo d'Etiopia hanno deciso di offrire i 16 giorni di digiuno e preghiera che precedono e seguono la solennità liturgica della Dormizione di Santa Maria Madre di Dio – celebrata il 15 agosto), per invocare il dono della pace e della riconciliazione a Jijiga e nella Regione dei Somali, dopo le violenze di carattere etnico che nei giorni scorsi sono esplose in quella parte dell'Etiopia, provocando circa 30 vittime. Proprio la Chiesa ortodossa etiope ha pagato un alto prezzo alla spirale di violenza: secondo informazioni fornite dai media locali, almeno sette chiese ortodosse sono state assaltate e date alle fiamme, e fonti locali parlano di almeno sei sacerdoti e diversi fedeli uccisi.
Gli scontri sono iniziati alla fine della scorsa settimana, quando uomini armati delle milizie Liyu, di etnia somala e agli ordini di Abdi Illey hanno tentato di interrompere un incontro fra i membri del parlamento regionale e rappresentanti della popolazione della città di Dire Daua, intenzionati a denunciare la violazione dei diritti umani nella regione. Gli episodi di violenza hanno provocato l'intervento dell'esercito etiope, che ha schierato le sue truppe anche intorno alle sedi istituzionali, compreso il palazzo del parlamento regionale e il palazzo presidenziale dello stesso Abdi Illey. Un intervento massiccio, a cui sono seguiti gli attacchi contro obiettivi legati alle etnie minoritarie, fomentati da appartenenti alle milizie Liyu. La spirale di violenze ha accentuato anche i contrasti tra l’amministrazione regionale e il governo di Addis Abeba, portando anche alle dimissioni del governatore regionale Abdi Illey, che nelle ultime ore – come riportato da media locali - è stato anche arrestato e posto sotto custodia dalle autorità di Addis Abeba.
Da tempo, la regione dei Somali appare instabile. Il primo ministro, Abyi Ahmed, ha voluto compiere proprio in quell'area del Paese la sua prima visita dopo l’insediamento all’inizio dello scorso aprile.
Al momento – riferiscono le fonti ufficiali della Chiesa ortodossa Tewahedo -
Più di 20 mila etiopi sfollati vengono sostentati e assistiti dalle parrocchie ortodosse di Jijiga.
La Chiesa ortodossa Tewahedo d'Etiopia, guidata da Abuna Matthias I, è l’unica compagine ecclesiale autoctona e di diretta derivazione apostolica nell’Africa subsahariana. “La chiave dell’unità fra le Chiese” ha detto al Patriarca etiope dopo aver incontrato a Roma Papa Francesco, il 29 febbraio 2016 “sta oggi proprio nell’’ecumenismo dei martiri” .
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AMERICA/BRASILE - Minacce a chi assiste gli immigrati venezuelani, mentre si riapre la frontiera

Agencia FIDES - 8 August, 2018 - 04:02
Boa Vista - Alle minacce di morte verso membri del Servizio Gesuita a Migranti e Rifugiati , e agli attacchi mediatici contro esponenti della comunità cattolica, la Chiesa risponde con "un rifiuto verso qualsiasi incitazione alla violenza e all'intolleranza". Come appreso da Fides, nei giorni scorsi sono stati diffusi molti messaggi di xenofobia e di odio, con un linciaggio virtuale a un avvocato del SJMR e a un religioso. Il comunicato della diocesi di Roraima, cofirmato da altre organismi ecclesiali, illustra i fatti: "Negli ultimi giorni è stato divulgato nei social media un video nel quale un collaboratore dei nostri servizi informa un gruppo di famiglie migranti venezuelane sui procedimenti legali per l'espulsione da un immobile o da un terreno occupato. Tali famiglie stavano abitando in modo pacifico in una casa abbandonata" della periferie della capitale dello stato, Boa Vista, "e avevano ricevuto informazioni che indicavano l'obbligo di andarsene". "In Brasile, l'azione dello Stato è regolata da una serie di procedimenti formali per salvaguardare i diritti fontamentali delle persone, e specialmente in situazioni di vunerabilità sociale", continua la missiva, "e questo e quanto quel collaboratore stava spiegando".
Tuttavia "persone in mala fede hanno divulgato recentemente" il video, che reca la dicitura: "ONG sostenute dal PT" "stanno insegnando a immigranti venezuelani ad invadere le case dei brasiliani". La Chiesa locale puntualizza che "si tratta di manipolazione politica". Il Brasile sta entrando in campagna elettorale, e si assiste a ripetuti attacchi alla Chiesa e agli immigranti. Il canale che ha diffuso il filmato appartiene a un candidato politico del Partito Patriota, che sostiene la candidatura a presidente della Repubblica di Jair Bolsonaro, dell'estrema destra.
In una conferenza stampa, la diocesi di Roraima ha spiegato l'accaduto all'opinione pubblica. Altre 37 istituzioni hanno sottoscritto il comunicato mentre la Conferenza episcopale brasiliana ha espresso "solidarietà e sostegno a tutte le azioni della Chiesa orientate a garantire una vita degna ai rifugiati e ai migranti". La diocesi rivolge un appello alla società dello stato di Roraima, "composta da immigranti di tanti luoghi diversi, mosaico di culture e storie diverse, ad affermare che siamo una società accogliente e aperta". E chiede "un uso responsabile e maturo dei social media, affinchè siano veicolo di unione e solidarietà e non servano per assecondare posizioni e discorsi xenofobi e violenti".
Nel frattempo, questo martedì il tribunale federale di seconda istanza di Roraima ha annullato il provvedimento del giudice Helder Girão Barreto, che aveva determinato la sospensione dell'ingresso e dell'ammissione di immigranti del Venezuela fino a quando si ristabilisse "un equilibrio numerico" nel processo di incorporazione di stranieri nel Paese. Per il tribunale, "chiudere la frontiera significa non riconoscere l'immigrante venezuelano come uguale al cittadino brasiliano".
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ASIA/INDONESIA - Un sacerdote: "Dopo il sisma, gli sfollati sono disperati: urgono aiuti umanitari"

Agencia FIDES - 8 August, 2018 - 03:17
Mataram - "C'è bisogno di un enorme lavoro di soccorso per le migliaia di persone colpite dal recente terremoto nell'isola turistica di Lombok": lo dice all'Agenzia Fides il sacerdote cattolico p. Laurencius Maryono, parroco di Santa Maria Immacolata a Mataram, la capitale della provincia di Nusa Tenggara occidentale, notando che migliaia di persone sono vitime del sisma del 5 agosto che, secondo fonti governative, ha ucciso almeno 105 persone .
"Le persone stanno soffrendo molto. Hanno bisogno di vestiti, cibo, acqua, medicine e altre beni per sopravvivere all'indomani del disastro" rileva padre Maryono. "Gli sfollati dormono sulle strade e sono in preda a grande angoscia e tristezza", aggiunge.
Nella mente della popolazione c'è ancora il ricordo del devastante tsunami del 2004 che ha causato la morte di 168.000 persone in Indonesia. Il terremoto ha distrutto case e vite in questo vasto arcipelago, provocando lo sfollamento di oltre 84.000 persone, secondo il portavoce dell'Agenzia per la mitigazione dei disastri naturali, Sutopo Purwo Nugroho. Le agenzie umanitarie internazionali e i paesi di tutto il mondo hanno iniziato ad inviare aiuti per i sopravvissuti. "La sfida per il lavoro di soccorso è enorme", nota il sacerdote.
Caritas Indonesia e Catholic Relief Services si sono mobilitate nel sollecitare fondi internazionali in tutto il mondo e stanno contribunedo all'opera di aiuto umnitario, a vari livelli. Inoltre "gli ospedali cattolici di tutto il paese hanno inviato il loro personale medico nell'area colpita per prestare servizio" nota a Fides suor Paulina della Congregazione delle Suore Missionarie Serve dello Spirito Santo.
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ASIA/IRAQ - A 4 anni dall'invasione jihadista, cristiani di Karamles celebrano con una processione il ritorno a casa

Agencia FIDES - 7 August, 2018 - 04:40
Karamles – Centinaia di cristiani iracheni hanno preso parte, la sera di lunedì 6 agosto, a un processione ch si è snodata lungo le vie di Karamles, cittadina della Piana di Ninive tradizionalmente abitata da cristiani. Con il gesto comunitario, i cristiani di Karamles hanno voluto far memoria degli eventi che nella notte tra il 6 e il 7 agosto costrinsero molte decine di migliaia di cristiani a lasciare le città e i villaggi della Piana di Ninive, davanti all'offensiva dei miliziani jihadisti dell'autoproclamato Stato Islamico .
La processione è stata preceduta da una riflessione sul dolore e le sofferenza che hanno accompagnato e seguito quel drammatico esodo di massa, lette alla luce del mistero della croce. E' stato anche letto il brano del Vangelo in cui Gesù promette che pregherà il Padre per chiedergli di inviare ai suoi discepoli lo Spirito Santo, il “Consolatore”. Poi la processione con le candele ha preso inizio, e lungo il percorso i presenti hanno recitato il Salmo 150, celebrando con gratitudine in questo modo anche il “nuovo inizio” rappresentato nelle loro vite dal ritorno al proprio villaggio e alle proprie case, dopo gli anni del predominio jihaidista.

Karamles, con gli altri villaggi e cittadine che punteggiano la Piana di Ninive, rappresentavano i caposaldi storici delle comunità cristiane autoctone nello spazio dell’antica Mesopotamia. E proprio intorno a quella Piana si coltiva da tempo, in seno a settori delle comunità cristiane irachene, il progetto di una “regione autonoma” da assegnare ai cristiani, per realizzare almeno in parte il sogno ancestrale di un “focolare nazionale” riservato alle comunità caldee, assire e sire.
Nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014, decine di migliaia di cristiani fuggirono in fretta e furia da Qaraqosh, Karamles, Talkief, Bartalla e dagli altri centri abitati dell’area, trovando in buona parte rifugio nel Kurdistan iracheno, dopo che l’esercito iracheno e le truppe curde Peshmerga presenti nella regione si erano ritirati davanti all’avanzare dei jihadisti. Negli ultimi anni, non c’è stata iniziativa e dichiarazione “in difesa dei cristiani iracheni” che non abbia fatto riferimento alla necessità di garantire e difendere il ritorno di battezzati caldei, siri e assiri nelle cittadine e nei villaggi della Piana di Ninive.
Dopo la definitiva sconfitta dei jihadisti di Daesh, circolano informazioni discordanti e difficilmente verificabili sulla consistenza del ritorno degli abitanti cristiani sfollati dalla Piana di Ninive ai loro villaggi. A Karamles, le 300 famiglie cristiane che erano già ritornate lo scorso dicembre hanno già potuto celebrare insieme le ultime solennità liturgiche di Natale e Pasqua.
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ASIA/INDIA - Dieci anni fa la più grande violenza anti-cristiana nella storia dell'India

Agencia FIDES - 7 August, 2018 - 03:38
Kandhamal - Compie dieci anni la campagna di massacri anticristiani verificatasi in Orissa nel 2008: si tratta della più grande ondata di violenza contro i credenti nella storia della nazione. Oggi la popolazione del distretto di Kandhamal, nello stato indiano di Orissa, teatro dei massacri, ha ancora bisogno di cure e chiede giustizia.
"Speriamo che ricordiate il genocidio avvenuto nell'Orissa nel 2008. Appena dopo otto giorni dalla celebrazione del Giorno dell'Indipendenza, l'India è stata testimone del più grande attacco contro una comunità religiosa, nella sua storia . Dal 2009, la gente di Kandhamal celebra il 25 agosto come Giornata di memoria per le vittime. Quest'anno sarà il decimo anniversario dalle violenze", rileva il team del "National Solidarity Forum" rete di oltre 70 organizzazioni indiane, che includono attivisti, sacerdoti, religiosi, avvocati, fedeli cristiani e indù.
Secondo i dati riferiti a Fides dal "National Solidarity Forum", durante quella ondata di violenza 393 chiese e luoghi di culto appartenuti ai cristiani adivasi e dalit sono stati distrutti, circa 6.500 case sono state rase al suolo, oltre 100 persone sono state uccise, oltre 40 donne sono state vittime di stupro, molestie e umiliazioni e diverse istituzioni educative, sociali e sanitarie sono state saccheggiate. Oltre 12.000 bambini hanno perso l'opportunità di avere un'istruzione. Più di 56.000 persone furono costrette a fuggire da Kandhamal e a rifugiarsi nelle foreste. Sono stati segnalati diversi casi di conversione forzata dal cristianesimo all'Induismo compiuti dal gruppo estremista indù "Sangh Parivar" . Gli sfollati di Kandhamal oggi sono sparpagliati in diverse parti del paese. Molti di loro non possono tornare nei loro villaggi di origine e sono stati costretti a rifarsi una vita cercando casa e lavoro fuori dal loro distretto di nascita.
"È importante notare che la gente originaria di Kandhamal non ha mai risposto con la violenza. Dopo dieci anni di violenze e soprusi, i sopravvissuti di Kandhamal stanno ancora lottando per la pace, la giustizia e l'armonia", rileva il Forum in una nota inviata a Fides.
Come denuncia anche la Chiesa cattolica in Orissa, i risarcimenti forniti dal governo ai sopravvissuti di Kandhamal non sono stati adeguati. Ci sono state oltre 3.300 denunce, ma sono stati registrati solo 820 casi in tribunale. Tra questi procedimenti, 518 casi sono stati riconosciuti come ammissibili dalla Corte. E su questi 518 casi, 247 casi sono stati achiviati, senza riconoscere alcun colpevole, per varie ragioni, come mancanza di prove o di testimoni. Il resto dei casi è tuttora pendente nei tribunali di primo grado, mentre molti processi si sono già risolti con una assoluzione. Se si considerano le denunce originarie presentate, allora solo l'1% dei casi ha trovato una conclusione processuale.
Il 2 agosto 2016 una sentenza della Corte Suprema ha riconosciuto che l'entità dei risarcimenti non era soddisfacenti per le vittime di Kandhamal. "Pertanto, coloro che sono stati esclusi dalle liste dei destinatari di compensazione devono essere immediatamente inclusi. Ciò include il risarcimento alle famiglie di quanti sono stati uccisi, un risarcimento per la distruzione di case e proprietà, un risarcimento per gli edifici e le chiese, per istituzioni e Ong", rileva il Forum.
L'Alta Corte ha trovato inquietante il fatto che 315 casi di violenza comunitaria sono stati archiviati e ha chiesto al governo statale di riesaminare questi 315 casi. Ma questo processo non è ancora stato attivato. Per assicurare la giustizia ai sopravvissuti delle stragi di Kandhamal, il National Solidarity Forum per le vittime dell'Orissa oggi chiede: una task force per monitorare i casi e i processi; la protezione dei testimoni contro le intimidazioni; un'indagine libera ed equa per riaprire i casi archiviati.
"Oggi nessuno dei criminali responsabili delle violenze è in prigione. Gli assassini, gli stupratori, i saccheggiatori sono a piede libero, mentre sette innocenti cristiani sono ancora in carcere ingiustamente", accusati per l'omicidio del leader indù Swami Laxanananda Saraswati, episodio di cui furono accusati i cristiani e che diede la stura alla violenza.
In tale contesto che il "National Solidarity Forum" e l'Associazione dei sopravvissuti di Kandhamal lanciano un appello "a quanti credono nella laicità, democrazia, giustizia, pace e armonia perchè si osservi una Giornata per le vittime di Kandhamal il prossimo 25 agosto 2018" o nei giorni vicini a quella data. La Giornata sarà osservata il 28 agosto a Kandhamal e il 29 agosto a Bhubaneshwar, alla presenza di oltre 10.000 persone.
Durante l'evento, nelle varie celebrazioni, si chiederà di sostenere e l'attuazione della giustizia per le vittime, tramite l'individuazione dei colpevoli e la ricostruzione delle case e chiese distrutte. Si chiede inoltre di istituire una "Commissione per le minoranze dell'Orissa" per "scongiurare in futuro decisioni tendenziose e per tutelare processi decisionali armoniosi e partecipativi, verso i cittadini di qualsiasi fede religiosa". Il Forum ricorda che tutte queste richieste sono state presentate al Presidente dell'India tre anni fa ma, nonostante le promesse e assicurazioni ricevute, nessuna azione specifica è stata intrapresa.
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AMERICA/PERÙ - Nuove strade in Amazzonia mettono in pericolo gli indigeni in isolamento volontario

Agencia FIDES - 7 August, 2018 - 02:52
Lima - "Senza il consenso dei popoli indigeni della zona e senza nemmeno consultarli, la provincia di Purús sta approvando la costruzione di strade nella zona", segnala all'Agenzia Fides Ismael Vega, direttore del Centro Amazzonico di Antropologia e Applicazione Pratica , associazione creata nel 1974 dalle nove diocesi della selva peruviana come istituzione a servizio delle popolazioni emarginate ed escluse dell'Amazzonia, in modo speciale per gli indigeni. Vega puntualizza che la construzione delle infrastrutture si basa sulla "Legge delle 'carreteras'" approvata dal Parlamento in gennaio. "Approvando la legge che dichiara priorità e interesse nazionale la costruzione di strade statali e la manutenzione di strade sterrate nella regione di Ucayali - rileva - il Parlamento pone nuovamente in serio pericolo la vita dei popoli indigeni amazzonici e in particolarmente di quelli in isolamento volontario o nella fase iniziale del contatto che vivono in quella provincia".
Vega ha già sottolineato nei mesi scorsi che "questa nuova minaccia contro i popoli indigeni e l'Amazzonia è stata pubblicata sulla gazzetta ufficiale solo tre giorni che il Papa Francesco, nel discorso pronunciato a Puerto Maldonado, affermasse che questi oggi sono in pericolo causa dei megaprogetti di infrastruttura e per l'estrattivismo". La norma del "consenso previo", stabilito dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, "è stata ratificata dal Perù nel 2011. Ma concretamente, tale norma non si applica: non si consultano i popoli indigeni", attesta, in un dialogo con Fides, Mónica Villanueva, direttrice di Comunicazione del centro culturale domenicano per i diritti indigeni "José Pío Aza" ed ex presidente di Signis America Latina e Caraibi.
La legge in questione è stata approvata dal Congresso il 15 dicembre scorso, non è stata oggetto di osservazioni nè di veto da parte dell'esecutivo e, dopo il periodo stabilito dalla Costituzione, è stata promulgata dal Parlamento. "Si sta cercando di derogarla", conferma Ismael Vega alla Fides, "ma per ora solo la Commissione parlamentare Popoli Andini, Amazzonici, Afroperuviani - Ambiente ed Ecologia si è pronunciata a riguardo, mentre il partito guidado da Keiko Fujimori blocca il dibattito per la deroga".
Il presidente della Commissione, Marco Arana, ha detto che "la legge attenta ai diritti dei popoli in isolamento volontario, che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità". “La norma coinvolge direttamente tre riserve indigene, due riserve territoriali, tre parchi nazionali e uno provinciale", ricorda. Anche il Ministero di Cultura, le cui competenze includono la protezione dei popoli indigeni, aveva manifestato un fermo rifiuto al progetto di legge durante il dibattito, per il medesimo motivo.
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AFRICA/EGITTO - Più di 400 interrogatori nelle indagini per l'omicidio del Vescovo copto Epiphanios

Agencia FIDES - 6 August, 2018 - 05:21
Il Cairo – Sono più di quattrocento gli interrogatori che le autorità autorità giudiziarie egiziane della regione del Wadi Natrun hanno già realizzato o intendono predisporre nei prossimi giorni, nel quadro delle indagini sull'omicidio del vescovo copto ortodosso Epiphanius, ucciso all'alba di domenica 29 luglio nel monastero di San Macario, di cui era abate. A essere chiamati a deporre davanti agli inquirenti, oltre ai monaci, figurano anche operai, agricoltori e persone di fiducia che frequentavano abitualmente il monastero. Ma finora – specificano le fonti ufficiali della Chiesa copta ortodossa, consultate dall'Agenzia Fides – nessuna persona risulta indagata come responsabile dell'efferato omicidio di Anba Epiphanios.
Intanto, nella giornata di domenica 5 agosto, con un provvedimento approvato dal Patriarca copto ortodosso Tawadros II, è stata decretata l'espulsione dal monastero dell'ormai ex monaco Isaiah el Makary, che ha dovuto abbandonare la propria condizione monastica e anche il nome che aveva preso da religioso. Al monaco spogliato dai suoi abiti è stato chiesto di “pentirsi” per la salvezza della sua anima, mentre è stato rivolto a tutti l'invito a salvaguardare la purezza della vita monastica. Ma le misure disposte nei confronti dell'ex monaco – ha specificato padre Boulos Halim, portavoce della Chiesa copta – non sono da mettere in connessione con la morte di Anba Epiphanios, essendo il risultato di un processo canonico disciplinare iniziato già all'inizio del 2018, e la cui prima misura punitiva – la sospensione per tre anni dalla vita monastica – era stata revocata dopo che i confratelli del monaco avevano firmato una petizione in sua difesa.
Il rigore disciplinare utilizzato nei confronti dell'ex monaco Isaiah al Makary si inquadra nel ripensamento intorno alla vita monastica, già iniziato da tempo in seno alla Chiesa copta ortodossa, e che ha avuto un'indubbia accelerazione dopo l'assassinio avvenuto in monastero del vescovo Epiphanios. Venerdì 3 agosto, il comitato per i monasteri del Santo Sinodo copto ortodosso ha disposto 12 regole - ratificate dal Patriarca Tawadros II - a cui dovranno attenersi tutti coloro che vivono la condizione monastica nella Chiesa copta ortodossa. Le misure puntano a preservare la vita monastica come condizione appartata dal mondo, e connotata da momenti di preghiera, lavoro e silenzio. Per questo ai monaci e alle monache copti è stato chiesto di chiudere i propri account personali e gli eventuali blog gestiti sui social media, considerati con sguardo critico come strumenti utilizzati soprattutto per diffondere “idee confuse” e alimentare personalismi. Papa Tawadros ha ratificato anche l'ordine di sospendere per un anno l'accettazione di nuovi candidati alla vita monastica, e quelo di regolamentare in maniera più rigorosa i tempi di accesso di visitatori e pellegrini ai monasteri. Tra le 12 misure disciplinari figura anche la proibizione per monaci e monache di ricevere donazioni dai fedeli, che postranno essere raccolte solo dall'abate o dalla badessa del monastero. .
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ASIA/PAKISTAN - Crescono le speranze delle minoranze religiose con il prossimo governo di Imran Khan

Agencia FIDES - 6 August, 2018 - 03:56
Lahore - Imran Khan, leader politico del Pakistan Tehreek-e-Insaf , partito vincitore delle recenti elezioni generali in Pakistan, ha annunciato pubblicamente di voler seguire l'eredità di Mohammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan: questa eredità implica la visione per cui tutti i cittadini del Pakistan - compresi coloro che appartengono a minoranze religiose - godano dei medesimi diritti di libertà, uguaglianza e giustizia. "Queste parole del primo discorso di Imran Khan, dopo il voto, rafforzano le speranze delle minoranze religiose che vivono in Pakistan", dichiara al'Agenzia Fides P. Qaisar Feroz OFM Cap, Degretario esecutivo della Commissione cattolica per le comunicazioni nella Conferenza episcopale cattolica in Pakistan. P. Feroz inoltre afferma: "Se Imran Khan sarà in grado di farlo, vi sarà un grande cambiamento nella storia del Pakistan e sarà un successo del suo governo". Il Segretario della Commissione nota che i leader politici del Pakistan Tehreek-e-Insaf sono genralmente politici ben istruiti e altamente qualificati. "E se Imran Khan nominerà le persone giuste per i ministeri del governo, sarà sicuramente un grande passo avanti".
Le elezioni genrali in Pakistan si sono svolte il 25 luglio 2018. Secondo i risultati annunciati dalla Commissione elettorale del Pakistan, il partito di Imran Khan, il Pakistan Tehreek-e-Insaf , ha totalizzato 116 seggi in Parlamento e potrà formare il governo. La Pakistan Muslim League Nawaz è al secondo posto con 64 posti e il Pakistan People Party ha ottenuto 43 posti e si è concluso al terzo posto.
Insieme al governo nazionale, il Pakistan Tehreek-e-Insaf potrà formare un governo nelle province di Khyber PukhtunKhwa e nel Punjab, provincia che accoglie la maggioranza dei cristiani pakistani, guidata dalla PML-N per tre decenni.
Kailash Sarhadi, membro della comunità sikh, Segretario della Commissione interreligiosa di armonia del Pakistan e Direttore di "Masterpeace Pakistan" parlando a Fides dichiara: "Le minoranze religiose pakistane sono piuttosto favorevoli a Imran Khan. Il leader crede negli insegnamenti islamici e vuole dare diritti, libertà e giustizia alle minoranze in modo simile a quello che accade in Arabia ai tempi del Profeta Muhammad". E prosegue: "Durante il suo primo discorso come capo del principale partito politico alle elezioni del 2018 , Imran Khan ha conquistato il cuore di molti. Il discorso che era in lingua in urdu si è rivolto e ha abbracciato ogni persona nel paese senza alcuna differenza di casta, credo, etnia e religione". Kailash osserva che Imran Khan ha impostato un sistema centralizzato di istruzione nella provincia di Kyber Pakhtun khwa, ha costruito due ospedali e un'università che lavorano secondo gli standard internazionali e servono sia i ricchi che i poveri. E aggiunge: "Sono fiducioso per il miglioramento del sistema di istruzione e del sistema sanitario nel paese".
Durante il suo primo discorso, Imran Khan ha annunciato di non voler rimanere nella residenza del Primo Ministro per ridurre le spese. Ha anche chiesto ai mass media e gli uffici del National Accountability Bureau di segnalare immediatamente se qualcuno dei membri del suo partito politico è corrotto.
I partiti politici perdenti hanno affermato che le elezioni del 2018 in Pakistan sono "le peggiori della storia". Ma l'organizzazione "Free and Fair Election Network" , Ong indipendente che valuta e promuove elezioni libere e eque in tutto il mondo, ha dichiarato le elezioni generali 2018 in Pakistan migliori rispetto all'anno 2013, definendole "libere e trasparenti", nonostante le denunce relative al processo di conteggio dei voti.
Il cristiano Haroon Imran Gill, membro dell'Assemblea provinciale della provincia del Punjab e vincitore del seggio riservato alle minoranze nel PTI parlando a Fides ha detto: "Sono contento che Imran Khan abbia vinto le elezioni: è un leader molto appassionato nel prendersi cura dei diritti delle minoranze religiose in Pakistan. Egli è una personalità internazionale che saprà come lavorare per elevare le minoranze religiose e oppresse in Pakistan".
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AMERICA/COLOMBIA - Mons. Henao: per fermare le uccisioni di leader sociali, occorre costruire "leadership comunitarie"

Agencia FIDES - 6 August, 2018 - 02:09
Bogotá - 311 leader sociali assassinati in due anni e mezzo. E' il drammatico dato divulgato agli inizi di luglio dall'ufficio del Difensore del Popolo della Colombia, riferito al periodo dal 1 gennaio 2017 al 30 giugno 2018. In risposta a questa emergenza, la Caritas, insieme con la Procura Generale della Repubblica, USAID , Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia, Associazione Nazionale di Afrocolombiani Rifugiati Interni , con altre organizzazioni della società civile, e con mass media nazionali come Caracol TV, Blu Radio e El Espectador, sta promovendo la campagna "Lideramos la vida" per rendere visibili e proteggere i leader sociali in tutto il paese.
L'eliminazione fisica di costoro è aumentata dopo la firma degli accordi di pace con le Farc, poichè i territori prima occupati dall'organizzazione guerrigliera sono ora "terre di nessuno" alla mercè della lotta tra fazioni criminali. "Stiamo sentendo l'impatto dell'uccisione dei nostri leader sociali", ha detto mons. Héctor Fabio Henao, presidente di Caritas Colombia e del comitato nazionale del Consiglio di Pace in una trasmissione live sui social media alla quale l'Agenzia Fides ha partecipato. "In una società che ha sofferto un conflitto così lungo", ha continuato il prelato, "si riducono il senso di umanità, la capacità di entrare in contatto con la sofferenza e la capacità di solidarietà". Per questo i leader comunitari sono "persone-chiave che si assumono con molta generosità le necessità concrete delle comunità alle quali si donano anima e corpo" perché sentono una forte appartenenza e si identificano con esse. Il loro è "un apostolato".
Sono altresì necessari per la coesione del tessuto sociale: "Constato che non esistono comunità reali dove le persone comunicano solo nei social media". "La società ha bisogno di leader, in tutti i campi, e coloro che fanno una bandiera dei diritti sociali" come l'accesso all'acqua, alla terra o alle vie di comunicazione "assicurano una dinamica permanente di ricerca di un'alternativa di vita possibile per le persone più vulnerabili", ha affermato mons. Henao. Il Presule ha enfatizzato soprattutto la necessità di "comunità protettrici", che individuino "i punti deboli di esposizione a rischi" e stabiliscano protocolli di autoprotezione personale e comunitaria come antidoto alla violenza. Una soluzione ancor più efficace è la costruzione di una "leadership comunitaria", possibile quando si cerca la coesione della comunità, ha risposto il vescovo alla Fides, in modo che "non sia una persona sola a tirare tutte le altre, ma sia il collettivo a dibattere le problematiche, a rifletterci, a cercare soluzioni e a porsi mete".
In questo diventa inutile l'eliminazione fisica di una persona, poichè non esistiranno leader solitari. Fondamentale anche il contatto con le autorità, che la Caritas e i Consigli di Pace promuovono, "perchè si sono adottati provvedimenti e misure di sicurezza che non si conoscono". In questo senso, mons. Henao chiede uno sforzo "molto maggiore" allo Stato per far giungere l'efficacia di tali norme a livello locale. Di fronte alla rassegnazione di tante persone, la risposta è "la forte determinazione a esercere la cittadinanza per ricostruire la nazione". Per vincere la tentazione dell'assenza di speranza, il prelato cita "esempi molto interessanti di comunità che hanno deciso con fermezza di operare grandi trasformazioni e ci sono riuscite". "Ciò da luce. Occorre poi insistere nel creare fiducia tra gli attori locali e le autorità, dialogando e costruendo ponti". "C'è molta paura nelle comunità", rileva, ma esiste anche "tanta tenacia", testimoniata dai Consigli di Pace locali, "da parte di comunità indigene, afrocolombiane e contadine, di costruire ambienti protettori, comunità solide" e proposte serie di convivenza pacifica.
Sulla sospensione dei colloqui di pace tra governo e guerriglia dell'ELN fino all'assunzione del nuovo Esecutivo, mons. Henao ha ammesso che la notizia preoccupa, soprattutto per la mancata consecuzione di un cessate il fuoco, ma non abbandona la speranza ed indica la necessità di "continuare a lavorare per risolvere la situazione attraverso il dialogo".
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